Se la geolocalizzazione diventa violenza relazionale tra i giovani
Tutto è iniziato durante la presentazione del mio libro, Il ruolo del pedagogista clinico nella violenza di coppia. In quelle aule e in quelle sale, parlando di dinamiche manipolatorie, asimmetrie tossiche e indicatori di abuso nelle coppie adulte, ho avvertito un’urgenza: muovermi verso il futuro. Dovevo capire se e come quelle stesse matrici di violenza si stessero declinando tra i più giovani. Così, ho deciso di attualizzare quei dati sul campo, entrando direttamente nelle scuole superiori e nelle università. Volevo “tastare il terreno” con la Generazione Z, parlare di violenza relazionale e di genere non attraverso definizioni teoriche, ma attraverso le maglie sottili della loro quotidianità digitale. E tra le righe di qualche battuta, nei sorrisi nervosi e nei silenzi improvvisi dei ragazzi e delle ragazze, è emerso un fenomeno in notevole, silenzioso aumento: la normalizzazione della geolocalizzazione perenne. Un vero e proprio panopticon amoroso che sta ridefinendo i confini dell’identità e della libertà. “Non lo sopporto più” Durante uno di questi incontri, una ragazza alla fine della presentazione ha trovato il coraggio di rompere il muro della desiderabilità sociale. Si è avvicinata e, con una lucidità disarmante, mi ha confessato: “Io non lo sopporto più questo meccanismo”. In quel “non ne posso più” non c’era solo la stanchezza di una fidanzata; c’era il sintomo di una generazione incastrata in una gabbia digitale spacciata per “romanticismo”, “cura” o “attenzione”. Oggi i ragazzi non percepiscono il tracciamento GPS come una violazione della privacy, ma come una funzione di accudimento o una prova d’amore. Se spegni la geolocalizzazione, la domanda del partner non è “come stai?”, ma “cosa hai da nascondere?”. La fiducia non si costruisce più sulla conoscenza dell’altro, ma sulla sua trasparenza radicale: la rinuncia totale al proprio spazio privato. Iper-vigilanza e atrofia del desiderio Dal punto di vista pedagogico-clinico ad orientamento bio-psico-sociale, questo tracciamento continuo produce due cortocircuiti distruttivi: Il ricatto emotivo dell’ombra: se un partner esprime il desiderio di spegnere il GPS, la reazione dell’altro non è il rispetto, ma il sospetto: “Perché vuoi spegnerla? Cosa devi nascondere?”. La libertà diventa una colpa. La persona tracciata vive in uno stato di iper-vigilanza continua, sapendo che ogni deviazione o minuto di ritardo richiede una giustificazione. Questo non è amore, è un guinzaglio digitale. La scomparsa della mancanza: se so sempre, passivamente, dove sei, tu non mi manchi mai. E senza l’esperienza dell’assenza, come può nascere il desiderio? Viene a mancare anche lo spazio del racconto: l’incontro serale non è più il momento del “raccontami la tua giornata”, perché l’algoritmo ha già registrato ogni spostamento. La narrazione di sé viene sostituita dal monitoraggio. La ragazza che si è ribellata dicendo “non lo sopporto più” ha mostrato un barlume di straordinaria salute mentale. Come professionisti della cura, dobbiamo fare educazione affettiva, non solo digitale. Dobbiamo restituire ai giovani il valore del “segreto” e del confine: avere uno spazio non tracciato significa esistere come individui separati. La violenza di coppia a trent’anni affonda le sue radici in questi piccoli, quotidiani abusi digitali accettati a sedici. Ma in tutta questa storia è emersa anche un’altra realtà la geolocalizzazione tra pari, cioè tra amici, compagni di classe, del gruppo sportivo ecc, ovvero quella che possiamo definire geolocalizzazione orizzontale. Il fatto che i ragazzi si geolocalizzino tra amici, fratelli e sorelle ci dice che lo smartphone non è più uno strumento per comunicare, ma un’estensione della propria presenza geometrica nel mondo. L’illusione della vicinanza: sapere dove si trova l’amico in tempo reale sostituisce il “viversi” e il raccontarsi. L’ansia del controllo: spesso dietro la scusa del “così so se sei arrivato sano e salvo” si nasconde il monitoraggio sociale. Chi viene escluso da un’uscita lo vede in tempo reale sulla mappa. La privacy non è più un diritto da tutelare, ma un “segreto” sospetto: “Se spegni la geolocalizzazione, cosa hai da nascondere?”. Dal tuo punto di vista clinico, questa dinamica è “disfunzionale” su tre livelli: Biologico/Cognitivo: esternalizzare la fiducia a un algoritmo geolocalizzato disallinea i normali meccanismi di gestione dell’ansia. Non imparo a fidarmi dell’altro o a gestire l’attesa; calmo l’ansia guardando un pallino verde che si muove su una mappa. Psicologico: c’è una totale fusione dei confini dell’Io. Se io so sempre dove sei, tu non mi manchi mai. E se non sperimento la tua assenza, come posso sperimentare il desiderio, l’individualità e l’alterità? Sociale: si strutturano relazioni basate sulla trasparenza radicale, che è il contrario della fiducia. La fiducia esiste solo dove c’è una quota di “non sapere”. Se c’è controllo totale, la fiducia è superflua. I ragazzi oggi non percepiscono la geolocalizzazione come una limitazione della libertà, ma come una “funzione di accudimento digitale”. C’è un disperato bisogno di educazione digitale che non spieghi come funzionano le app, ma quali sono gli effetti pedagogici e relazionali di quelle app sulle nostre vite. Giada. Pedagogista clinica. Dati Empirici e Report sulla Gen Z Pew Research Center. (2023). Teens, Social Media and Technology. È il report globale più autorevole sui comportamenti digitali degli adolescenti. Contiene dati specifici su come la Gen Z utilizzi le funzioni di “location-sharing” non solo per scopi logistici, ma come elemento intrinseco alla socializzazione e alla costante reperibilità tra pari. Ypulse Report. (2024). The State of Gen Z and Millennials’ Relationships. Questa agenzia di ricerca specializzata nelle nuove generazioni analizza i trend di coppia dei giovani, documentando come la condivisione della posizione in tempo reale sia diventata un “requisito di trasparenza” standard per molti fidanzati della Gen Z. Europol / Internet Organised Crime Threat Assessment (IOCTA). (Recent Editions). Utile per citare il fenomeno dal punto di vista dei rischi: i report europei evidenziano spesso l’aumento dell’uso disfunzionale di app di tracciamento legittime (le cosiddette “dual-use app”) come strumenti di cyber-stalking e controllo coercitivo tra i giovani. Violenza Relazionale Digitale e “Cyber Dating Abuse” La letteratura scientifica definisce questo fenomeno come Cyber Dating Abuse (CDA) o Digital Intimate Partner Violence (DIPV). Questi testi analizzano il confine tra “cura” e “abuso digitale”. Borrajo, E., Gámez-Guadix, M., Pereda, N., &
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