Se baci tuo figlio in bocca non lo stai amando: lo stai confondendo. Perché i media ignorano la Pedagogia?

Sicuramente tutti avrete sentito parlare della recente “polemica” sollevata, dalle dichiarazioni della Dott.ssa Stefania Andreoli in merito ai baci in bocca ai figli e all’uso del “Ti amo”. Ebbene, la dottoressa Andreoli ha assolutamente ragione. Le sue asserzioni poggiano su pilastri clinici e scientifici innegabili. Sia chiaro, quindi, fin dal principio: questo non è un articolo contro una stimata professionista, né tantomeno una crociata contro la psicologia. È, al contrario, una riflessione che parte da una sponda comune per denunciare un vuoto clamoroso nel dibattito pubblico.

Quando un tema del genere esplode sui media, il copione è sempre lo stesso: i talk show invitano unicamente esponenti della psicoterapia o della psicologia per parlare di “vissuti” ed “emozioni”. Ma c’è una grande assente in questo salotto: la Pedagogia.

Come pedagogista clinica ad orientamento bio-psico-sociale, vivo e lavoro in Germania.

Qui, in un contesto che storicamente ha fatto dell’autonomia e del rispetto degli spazi individuali un vessillo, assisto quotidianamente a una deriva ancora più esasperata: madri e padri che, con una disinvoltura disarmante, baciano sistematicamente i propri figli in bocca in mezzo alla strada, a scuola quando gli accompagnano. Una normalizzazione di massa che dimostra come il problema sia transnazionale. È ora di rompere il silenzio ed estendere il dibattito, perché quelle che vengono vendute come “innocenti manifestazioni d’amore” sono, dal punto di vista evolutivo, pratiche disfunzionali che richiedono una lettura anche pedagogica.


Il corpo non è un territorio neutro: il cortocircuito del bacio in bocca

Partiamo dal dato biologico e corporeo, troppo spesso ignorato da chi si limita a valutare l’”intenzione affettuosa” del genitore. Il modello bio-psico-sociale ci ricorda che lo sviluppo della mente passa inevitabilmente attraverso l’esperienza della carne e dei confini relazionali.

  • Il sovraccarico neurofisiologico: le labbra e la bocca possiedono una densità di recettori sensoriali altissima (basti pensare alla mappa dell’omuncolo sensitivo di Penfield, dove l’area labiale occupa uno spazio mastodontico). Nell’infanzia, la bocca è esplorazione e nutrimento. Introdurre in questa zona un codice d’amore che appartiene storicamente e biologicamente all’intimità adulta crea un vero e proprio cortocircuito recettoriale ed emotivo. Il bambino non ha i filtri cognitivi per separare il gesto “innocente” da quello “adulto”.

  • L’analfabetismo dei confini: educare significa anche insegnare il limite e il consenso. Se insegniamo a un bambino che il suo corpo è totalmente permeabile agli adulti di riferimento “perché gli vogliono bene”, gli stiamo togliendo lo strumento principale di auto-protezione. Un bambino abituato a considerare la propria bocca come un territorio accessibile farà enorme fatica, all’esterno, a riconoscere, interdire e denunciare un contatto inappropriato. Il confine corporeo è la prima difesa contro l’abuso.


L’inganno del “Ti amo”: quando il genitore abdica all’asimmetria

Un altro tabù da scardinare, perfettamente in linea con quanto espresso da Andreoli, è l’uso speculare del “Ti amo” (o del “Ich liebe dich” nel contesto tedesco) al posto del pedagogicamente sano “Ti voglio bene”. Non è una sottigliezza semantica; è una postura relazionale.

Nel codice linguistico e culturale occidentale, il “Ti amo” è intrinsecamente fusionale, escludente e, soprattutto, simmetrico. Chi dice “ti amo” si aspetta (anche inconsciamente) una reciprocità: “Anche tu mi ami?”. Sposta la relazione su un piano d’uguaglianza e di scelta.

Il “Ti voglio bene”, invece, descrive perfettamente l’essenza dell’atto educativo: voglio il tuo bene. È un amore asimmetrico, che va dall’adulto al bambino senza pretendere nulla in cambio, senza chiedere validazione emotiva. Dire “ti amo” a un figlio rischia di investirlo del ruolo di partner emotivo del genitore, un carico pedagogicamente insostenibile che ostacola il naturale processo di differenziazione e autonomia del minore.


Il paradosso storico: la “giovinezza” istituzionale di una scienza antica

C’è una cosa che proprio mi urge, mi preme inesorabilmente, se queste dinamiche vedono d’accordo i professionisti dello sviluppo, perché i media continuano a ignorare il pedagogista? C’è un problema di natura storica ed epistemologica da far emergere.

Se vogliamo essere precisi, la pedagogia è nata molto prima della psicologia. Eppure, oggi la nostra disciplina viene percepita mediaticamente come “less reliable”, meno affidabile o secondaria. Perché? La risposta sta nel fatto che la psicologia si è istituzionalizzata prima e meglio rispetto alla pedagogia. Ha saputo blindarsi precocemente dietro un albo professionale rigido, un impianto clinico-sanitario forte e una narrazione legata alla “cura del danno” che la società occidentale digerisce facilmente. La pedagogia, per contro, ha pagato lo scotto di un riconoscimento istituzionale più tardivo e faticoso, che purtroppo non è ancora interamente avvenuto tra l’altro, venendo ingiustamente relegata nell’immaginario collettivo alle sole dinamiche scolastiche.

Ma la gerarchia mediatica attuale è un profondo errore di prospettiva.

Quando un tema del genere esplode sui media, il copione è sempre lo stesso: i talk show invitano unicamente esponenti della psicoterapia o della psicologia per parlare di “vissuti” ed “emozioni”. Ma c’è una grande assente in questo salotto: la Pedagogia.

L’errore dei media: il gioco si fa a un tavolo multidisciplinare

Il vero “peccato originale” di chi cerca di occuparsi di infanzia e genitorialità sui giornali o in TV è l’esclusione del confronto. Si sceglie un’unica campana. Il vero salto di qualità culturale si farebbe smettendo di invitare il singolo opinionista e cominciando a mettere professionisti di diversa provenienza sullo stesso tavolo, interrogandoli per capire se esista o meno una convergenza di intenti.

E qui sta la vera sorpresa che i giornalisti non si aspettano: se quel tavolo venisse convocato, psicologi e pedagogisti (clinici o meno) si troverebbero profondamente d’accordo, esattamente come io mi trovo d’accordo con le dichiarazioni della collega Andreoli.

Le due discipline non sono in guerra, sono complementari:

Disciplina Focus Principale Il contributo al tavolo
Psicologia Clinica Funzionamento interno, dinamiche intrapsichiche, trauma, riparazione del sé. Spiega cosa succede dentro alla mente del bambino e del genitore quando i confini saltano.
Pedagogia Clinica Progetto evolutivo, contesti relazionali, modificabilità, azione educativa quotidiana. Traduce quella consapevolezza in azione intenzionale, strutturando i confini e il progetto di crescita.

Isolare le discipline non serve a nessuno, se non a creare fazioni ideologiche e sterili polemiche da clickbait.


Conclusione: un appello oltre i confini

Vedere la quotidianità tedesca e confrontarla con quella italiana mi conferma che non si tratta di un problema geografico, ma di un’emergenza educativa globale. Baciare un figlio in bocca o caricarlo di parole fusive non fa di un genitore un criminale, ma ne denuncia una profonda fragilità: il bisogno di usare il bambino come specchio emotivo delle proprie necessità affettive.

È tempo che il giornalismo esca dall’equivoco del “sentimentalismo a tutti i costi” e dalla pigrizia delle solite poltrone. Cucinare una buona crescita richiede competenze specifiche e sguardi integrati. È ora di restituire dignità e ascolto alla pedagogia, non per escludere la psicologia, ma per sedersi finalmente insieme a progettare la tutela dell’infanzia.

Giada. Pedagogista Clinica

A beneficio di giornalisti, genitori e professionisti della cura che desiderino approfondire i presupposti clinici, neurofisiologici ed epistemologici di questo articolo, si rimanda alla seguente letteratura di riferimento:

  • Sui confini corporei e la neurofisiologia dello sviluppo:

    • Marcelli, D. (2018). Il corpo e l’infanzia. Questo testo analizza nel dettaglio la progressiva costruzione del sé corporeo nel bambino e i rischi legati alla sovrapposizione dei codici adulti (come il bacio in bocca) sulla sensorialità infantile.

    • Per la mappatura recettoriale e l’importanza della zona labiale nello sviluppo biologico, si veda la letteratura classica sull’Omuncolo somatosensoriale di Penfield.

  • Sull’asimmetria educativa e i rischi dei legami fusionali (il nodo del “Ti amo”):

    • Recalcati, M. (2014). Il complesso di Telemaco. Feltrinelli. Un’analisi approfondita sulla deriva della “simmetrizzazione” dei rapporti tra genitori e figli e sulla necessità di recuperare la giusta distanza pedagogica.

    • Bettelheim, B. (1988). Un genitore quasi perfetto. Feltrinelli. Un pilastro sull’importanza di rispondere ai bisogni evolutivi reali del minore, differenziandoli dalle proiezioni affettive dell’adulto.

  • Sull’epistemologia e l’autonomia della Pedagogia Clinica:

    • Crispiani, P. (2001). Pedagogia Clinica. Per la diagnosi e l’aiuto educativo. Tecnodid. Testo fondamentale per comprendere l’impianto scientifico autonomo della pedagogia clinica, focalizzato sul progetto relazionale e non sulla mera patologizzazione.

    • Massa, R. (1997). Clinica della formazione. FrancoAngeli. L’opera che ha ridefinito il concetto di “clinico” in ambito educativo, slegandolo dal setting medico-sanitario e restituendolo all’analisi dei dispositivi relazionali.

  • Sul modello Bio-Psico-Sociale e i contesti transnazionali:

    • Ianes, D. (2005). Il modello bio-psico-sociale ICF nei contesti educativi. Erickson.

    • Per un focus sociopedagogico sul contesto mitteleuropeo e le sue attuali derive relazionali, si veda: Büchner, P., & Fuhs, B. (2020). Kinderheit in Deutschland. Sins, Krisen und pädagogische Herausforderungen. Springer VS.

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