Oltre il Gesto: percorsi di trattamento per uomini autori di violenza di genere

Introduzione

La violenza di genere rappresenta una delle piaghe sociali più complesse e persistenti. Per decenni, l’attenzione si è giustamente concentrata sulla protezione e il sostegno delle vittime, un lavoro fondamentale e insostituibile. Tuttavia, un’analisi più profonda del fenomeno ha evidenziato la necessità di agire anche sull’altra faccia della medaglia: gli uomini che agiscono la violenza. Non si tratta di giustificare il loro comportamento, ma di riconoscerlo come un problema che, se non affrontato, continuerà a perpetuarsi.

In Italia e in altri Paesi, stanno emergendo e consolidandosi programmi e servizi dedicati a questi uomini, con l’obiettivo di renderli consapevoli delle proprie azioni, spezzare il ciclo della violenza e promuovere un cambiamento duraturo. Questo articolo si propone di esplorare questi percorsi di trattamento, analizzando le metodologie e i contesti in cui operano.

Il primo fra tutti fu il DAIP che sta per Domestic Abuse Intervention Project o anche meglio conosciuto come Modello Duluth,  sviluppato negli anni ’80 a Duluth, Minnesota (USA), è uno dei primi e più influenti approcci per il trattamento degli uomini autori di violenza domestica. Si basa su una prospettiva teorica che considera la violenza di genere non come una patologia individuale, ma come un comportamento appreso e perpetuato da una struttura sociale e culturale patriarcale, che legittima il potere e il controllo dell’uomo sulla donna.

È un modello che si è servito dell’approccio femminista, dei centri antiviolenza, del sistema penale e di tutti gli esperti del settore con un adeguata formazione professionale.

Il modello è basato su un approccio femminista e propone un intervento psico-rieducativo, in cui gli esperti dell’ambito psico educativo cercano di promuovere nei partecipanti un processo di autocoscienza per cambiare le convinzioni dei maltrattanti riguardo al controllo e al potere che esercitano sulla partner. Nella fattispecie l’intervento proponeva degli strumenti di analisi e introspezione delle proprie emozioni e soprattutto basati sul proprio vissuto e sulla situazione attuale, ma anche sulle aspettative sociali legate allo stereotipo di genere che si è visto essere realmente schiacciante per l’individuo maschile e femminile.

Il modello è noto per il suo “Power and Control Wheel” (Ruota del Potere e Controllo), che illustra le diverse tattiche che gli uomini usano per mantenere il dominio sulla partner, come l’isolamento, la minaccia, l’intimidazione e l’abuso economico ed emotivo. L’obiettivo principale dei programmi basati su questo modello è decostruire queste dinamiche.

I punti di forza del presente modello sono essenzialmente due:

  • il fatto che si coinvolgano le associazioni femministe;
  • e l’intervento integrato di comunità.

La peculiarità dell’intervento femminista è che mette in luce un aspetto fondamentale della violenza di genere che è quello della predominanza maschile su quella femminile.

L’altro vantaggio riguarda appunto l’intervento coordinato di comunità, ovvero l’intervento sui maltrattamenti  che è parte di una risposta coordinata e comunitaria che ha l’obiettivo di far emergere il fenomeno della violenza nelle relazioni di coppia per far sì che non rimanga un fenomeno nascosto, ma soprattutto con l’obiettivo di una corresponsabilità sociale del fenomeno, che preveda la necessità di considerare tali violenze, dei reati che vadano riconosciuti come tali e sanzionati , ma soprattutto con la possibilità di un intervento psicoeducativo per fare in modo che acquisiscano un certo grado di consapevolezza sul loro comportamento e disimparino la violenza per abbracciare modalità di espressione di sé e comunicazione più assertive ed autoregolate.

La possibilità di offrire un percorso rieducativo è una alternativa alla pena di detenzione, in quanto con l’obiettivo di riabilitare e di sospendere in via definitiva l’azione violenta si risparmia sulle casse dello stato, evitando così un sistema che non rieduca e che rimette in società soggetti potenzialmente pericolosi, che rientrano per via del tasso di recidiva nel circolo del sistema carcerario. L’obiettivo è quindi quello di collaborare con le istituzioni, affinché elargiscano fondi per lo sviluppo di maggiori progetti di questo tipo, che intervengano sia sugli uomini maltrattanti, ma che mantengano anche una costante comunicazione con le case di ascolto e rifugio delle vittime in modo da prevedere anche una gestione condivisa dei casi; non dimenticando che la vittima ha bisogno anche essa di un approccio integrato e soprattutto di un’accoglienza adeguata e di protezione attraverso la collaborazione di più professionisti che attuano una rete efficace e funzionale. Il modello Duluth è un modello che ha ampi spazzi anche per la pedagogia clinica, è un modello di integrazione che si sposa bene con l’obiettivo di attuare un lavoro sinergico tra i saperi e le competenze, per questo andrebbe ripristinato e ripetuto in larga scala

Principi e metodologia

I programmi basati sul Modello Duluth sono prevalentemente psico-educativi e si svolgono in gruppi di discussione. Non si focalizzano sull’indagare le cause psicologiche profonde della violenza (come traumi infantili o problemi di rabbia), ma mirano a far sì che l’uomo si assuma la piena responsabilità del proprio comportamento violento, riconoscendo che la violenza è una scelta e non una reazione. Il lavoro si concentra sulla sostituzione delle tattiche di potere e controllo con comportamenti sani e rispettosi.

L’influenza del Modello Duluth è innegabile. Ha posto le basi per il lavoro con gli uomini maltrattanti a livello globale e ha reso evidente la necessità di un approccio che combini la responsabilizzazione degli autori con la massima priorità data alla sicurezza delle vittime. In Italia, molti dei centri per uomini autori di violenza (CUAV) si sono ispirati, almeno parzialmente, ai principi del Modello Duluth, pur adattandoli al contesto culturale e alle specificità del sistema di supporto e giudiziario italiano.

L’Approccio al maltrattante: perché e come

L’intervento sugli uomini maltrattanti si fonda su alcuni principi cardine:

  1. Responsabilizzazione: L’obiettivo primario non è “curare” una patologia, ma far sì che l’uomo si assuma la piena responsabilità del proprio agito violento, riconoscendo che la violenza è una scelta e non una reazione inevitabile.
  2. Sicurezza della Vittima: Qualsiasi percorso di trattamento deve avere come priorità assoluta la sicurezza delle donne e dei minori. Molti centri, infatti, collaborano strettamente con i centri antiviolenza, garantendo un approccio integrato.
  3. Cambiamento dei Modelli Culturali: Il lavoro non si limita al singolo individuo, ma mira a decostruire i modelli culturali e di genere che legittimano la violenza e il possesso.
Servizi attivi in Italia: un panorama in evoluzione

Nonostante la relativa novità del fenomeno in Italia, la rete dei servizi per uomini maltrattanti (CUAV, Centri per Uomini Autori di Violenza) si sta espandendo. Molti di questi centri sono nati su iniziativa di associazioni o cooperative sociali, spesso con il sostegno di enti locali. Tra i più noti e attivi troviamo:

  • CAM – Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (Firenze): Considerato il primo centro in Italia, il CAM opera dal 2009 e rappresenta un modello di riferimento. Offre colloqui individuali e, soprattutto, percorsi di gruppo psico-educativi. Questi percorsi, che spesso si sviluppano in decine di incontri, lavorano su temi come la gestione della rabbia, l’identificazione dei propri schemi violenti, e la costruzione di relazioni sane e rispettose.
  • Servizi di Gruppo Polis (Veneto): Insieme ad altri centri veneti, fanno parte del progetto “N.E.T. work VS Violence” che mira a creare una rete di supporto per gli autori di violenza.
  • C.I.P.M. – Centro Italiano per la Promozione della Mediazione (Milano e altre sedi): Specializzato in criminologia e mediazione, offre programmi per uomini autori di violenza, spesso su invio del sistema giudiziario.
  • Liberiamoci Dalla Violenza (LDV – Modena, Parma): Centri gestiti da AUSL, che integrano il lavoro terapeutico e di accompagnamento al cambiamento con il sistema sanitario pubblico.
  • Associazione Relive: Una rete che riunisce diversi centri italiani che lavorano con gli uomini autori di violenza, promuovendo la condivisione di buone pratiche e il rispetto di linee guida nazionali.

L’accesso a questi servizi può avvenire su base volontaria, su richiesta della partner, o su invio da parte di enti come i servizi sociali, i consultori familiari o l’UEPE (Ufficio di Esecuzione Penale Esterna).

L’Approccio internazionale: modelli a confronto

Anche a livello europeo e globale, l’intervento sugli uomini maltrattanti ha acquisito una rilevanza crescente. La rete europea WWP EN (European Network for the Work with Perpetrators of domestic and gender-based violence) gioca un ruolo chiave nel definire standard di qualità e promuovere la ricerca.

  • Il Modello degli Stati Uniti: Negli USA, i programmi per “batterers” (aggressori) sono spesso parte di un approccio più ampio del sistema giudiziario, con la partecipazione a questi percorsi che può essere imposta dal tribunale. Vengono utilizzati modelli come il “Duluth Model”, che si concentra sull’eliminazione delle dinamiche di potere e controllo nelle relazioni.
  • I Paesi Scandinavi: Nazioni come la Svezia e la Norvegia hanno sviluppato approcci avanzati che integrano il lavoro con gli autori di violenza all’interno di una strategia nazionale di prevenzione. I programmi si basano su un lavoro psicologico e pedagogico, mirato a far emergere le credenze e le attitudini che sostengono la violenza.
  • Il Ruolo delle Associazioni e della Comunità: Molti programmi internazionali, come quelli promossi dalla rete WWP EN, sottolineano l’importanza di un approccio multi-agenzia, che coinvolga non solo psicologi e terapeuti, ma anche la polizia, i servizi sociali e i centri antiviolenza, per garantire la massima sicurezza e coerenza dell’intervento.
Conclusioni e prospettive future

L’intervento sugli uomini autori di violenza non è una “scorciatoia” o un’alternativa al sostegno alle vittime, ma una parte essenziale di una strategia olistica e a lungo termine. Questi percorsi, pur non essendo una soluzione magica, offrono la possibilità di spezzare la catena della violenza, promuovendo un cambiamento individuale che può avere un impatto positivo sulle relazioni e sulla società nel suo complesso.

Come pedagogista clinica, l’analisi di questi modelli è cruciale. Spesso, alla base del comportamento maltrattante vi sono dinamiche complesse e un deficit di competenze relazionali ed emotive. I programmi di trattamento non si limitano a reprimere la violenza, ma lavorano per costruire nuove competenze, offrendo agli uomini gli strumenti per vivere e costruire relazioni libere dalla violenza.

L’impegno per il futuro deve essere quello di potenziare questi servizi, renderli più accessibili e integrati con la rete antiviolenza, affinché la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere possano agire su tutti i fronti, per un cambiamento reale e duraturo.

Riflessione personale e professionale

In quanto pedagogista clinica, l’analisi di questi programmi assume una valenza particolare. Il mio approccio non si ferma alla sola sfera psicologica o giudiziaria, ma si concentra sulla persona nella sua interezza, con l’obiettivo di riattivare le sue risorse e promuovere un cambiamento comportamentale profondo. Spesso, alla base del maltrattamento vi è un deficit di competenze che non sono solo emotive, ma anche relazionali e comunicative. Non si tratta semplicemente di “gestire la rabbia”, ma di apprendere un intero vocabolario di comportamenti e sentimenti che non sono mai stati acquisiti.

La pedagogia clinica si colloca in questo spazio, offrendo un approccio che è, al contempo, educativo e riabilitativo. Il mio lavoro con gli uomini autori di violenza si focalizza su:

  1. la consapevolezza e la narrazione di sé: Aiutare l’uomo a riconoscere la propria storia, non per giustificare il suo agito, ma per comprendere i meccanismi appresi che lo hanno portato a perpetuare la violenza. Si tratta di un percorso che mira a decostruire l’identità di “uomo dominante” e a costruire un’identità più sana e rispettosa.
  2. La riabilitazione delle competenze relazionali: Attraverso attività mirate e la riflessione guidata, si lavora per sviluppare l’empatia, l’ascolto attivo e la capacità di negoziare i conflitti senza ricorrere alla violenza. È un processo di ri-apprendimento, in cui le dinamiche di potere vengono smascherate e sostituite da quelle di parità.
  3. Il rafforzamento della genitorialità responsabile: Molti di questi uomini sono padri. Il mio ruolo è anche quello di aiutarli a comprendere l’impatto devastante che la loro violenza ha sui figli e di supportarli nel costruire un modello genitoriale non violento, basato sulla cura e sul rispetto.

Il mio impegno, come professionista della pedagogia clinica, è quindi quello di contribuire a questi percorsi di cambiamento, offrendo uno sguardo che va oltre la semplice punizione o la terapia, per abbracciare un’ottica di rieducazione e ricostruzione. Lavorare con gli autori di violenza è una sfida complessa, ma anche un’opportunità unica per spezzare il ciclo intergenerazionale del maltrattamento, a beneficio non solo delle vittime, ma dell’intera società.

Uno degli strumenti è l’integrazione del colloquio clinico che rappresenta una vera e propria  porta d’accesso al cambiamento.

Prima dell’inserimento in qualsiasi percorso di gruppo o individuale, ogni uomo che accede ai servizi per autori di violenza viene accolto in un ciclo di colloqui clinici preliminari. Questi incontri, condotti da professionisti formati (pedagogisti clinici, psicologi, psicoterapeuti), non hanno lo scopo di emettere una diagnosi, ma rappresentano la fase cruciale di assessment e aggancio motivazionale.

L’obiettivo del colloquio clinico non è solo raccogliere informazioni anagrafiche, ma stabilire una relazione di fiducia e, soprattutto, iniziare un lavoro sulla consapevolezza. Durante questi incontri, il professionista guida l’uomo a riflettere sul proprio agito, evitando qualsiasi approccio giudicante. Si cerca di far emergere la sua storia relazionale, le dinamiche che hanno portato alla violenza e, in particolare, la sua percezione del problema.

Un elemento chiave del colloquio clinico è la valutazione della motivazione al cambiamento. Spesso, gli uomini arrivano ai servizi su spinta esterna (partner, tribunale, servizi sociali) e non per una reale volontà di cambiare. Il compito del clinico è proprio quello di convertire l’obbligo in motivazione intrinseca, mostrando i benefici che un percorso di riabilitazione può portare nella sua vita e nelle sue relazioni.

Dal punto di vista della pedagogia clinica, il colloquio non è un semplice interrogatorio, ma un’occasione di “rispecchiamento”. Si utilizzano tecniche di ascolto attivo e di riformulazione per riflettere all’uomo le contraddizioni e le conseguenze delle sue azioni. L’uso di domande aperte e di strumenti specifici aiuta a sbloccare resistenze e a far emergere la sua reale disponibilità a intraprendere un percorso. È in questa fase che si valuta l’idoneità dell’uomo al percorso di gruppo, e si decide la strategia di intervento più adeguata.

Conclusioni e prospettive future: un investimento necessario

L’intervento sugli uomini autori di violenza non è un’alternativa o una scorciatoia al sostegno per le donne e i bambini vittime, ma una parte essenziale di una strategia di prevenzione e contrasto completa e integrata. I percorsi di riabilitazione, seppur complessi, offrono la possibilità di spezzare il ciclo intergenerazionale della violenza, promuovendo un cambiamento individuale che può avere un impatto positivo sull’intera società.

Tuttavia, il successo di questi programmi dipende in gran parte da un investimento istituzionale significativo. È fondamentale che le istituzioni italiane ed europee  riconoscano l’importanza di questi servizi, garantendo loro finanziamenti stabili, promuovendo la formazione di professionisti qualificati e favorendo la collaborazione sinergica tra i centri per autori di violenza e la rete antiviolenza. Solo così potremo costruire una società in cui la violenza non venga più tollerata e in cui ogni individuo abbia la possibilità di costruire relazioni basate sul rispetto e sulla parità. Investire in questi programmi non significa giustificare il comportamento dei maltrattanti, ma credere nella possibilità di un futuro libero dalla violenza per tutti.

Bibliografia:
  • Pauncz, A. (2020). Da uomo a uomo. Uomini maltrattanti raccontano la violenza. Erickson. (Considerata la fondatrice del primo centro in Italia per uomini maltrattanti, il CAM di Firenze, questo testo è fondamentale).
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  • Merzagora, I. (2009). Uomini violenti. I partner abusanti e il loro trattamento. Raffaello Cortina Editore. (Un’analisi criminologica e psicologica che offre una prospettiva approfondita).
  • Creazzo, G. & Bianchi, L. (2009). Uomini che maltrattano le donne: che fare? Sviluppare strategie di intervento con uomini che usano violenza nelle relazioni di intimità. Carocci. (Testo che ha contribuito a definire il dibattito italiano sull’argomento).
  • Bozzoli, A., Merelli, M., & Ruggerini, M. (2017). Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento. Ediesse.
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  • Pence, E. & Paymar, M. (1993). Education Groups for Men Who Batter: The Duluth Model. Springer Publishing Company. (Il testo che ha introdotto e spiegato il Modello Duluth, un riferimento storico imprescindibile).
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  • WWP EN (European Network for the Work with Perpetrators of domestic and gender-based violence). (Varia). Pubblicazioni e Linee Guida. (La rete europea produce regolarmente documenti e standard di qualità per il lavoro con gli autori di violenza).
  • Progetto VIVA – CNR. (Varia). Indagini e rapporti sui centri per uomini autori di violenza in Italia. (Il progetto VIVA del CNR fornisce dati e analisi aggiornate sul panorama italiano dei CUAV).
  • Relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio. (2022). Relazione sui percorsi trattamentali per uomini autori di violenza nelle relazioni affettive e di genere. (Documento istituzionale che offre una panoramica ufficiale e raccomandazioni per il sistema italiano).

Giada. Pedagogista clinica

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