Uncategorized

La vulnerabilità come Competenza: trasformare Sensibilità in Crescita personale e relazionale.

Come pedagogista clinico noto che la forza non è assenza di emozioni, ma la capacità di riconoscerle, accoglierle e trasformarle in azioni costruttive. In questo articolo esploro come la vulnerabilità possa diventare una risorsa fondamentale per la crescita di singoli, coppie e intere famiglie, offrendo strumenti pratici e sicuri per trasformare la sensibilità in empatia, responsabilità e leadership etica.

La vulnerabilità come Competenza: trasformare Sensibilità in Crescita personale e relazionale. Leggi tutto »

Dallo Scacco Universitario alla Riscoperta del Sé: Il valore dell’Errore.

Introduzione Arriva in consulenza con lo sguardo spento e il corpo contratto. Giulia (nome di fantasia) è a un solo esame dalla laurea. Quel “no” del professore non è stato solo un voto basso; è stato il crollo di un’intera impalcatura esistenziale. “Non sono niente”, dice. E poi il baratro: la minaccia del suicidio come unica via di fuga da una vergogna che sente insopportabile. 1. L’Accoglienza: Validare il Dolore In un momento di crisi così acuta, il primo passo del colloquio clinico pedagogico non è “spiegare”, ma accogliere. Seguendo il modello di Carl Rogers, il setting si è trasformato in un contenitore di sicurezza. Non ho minimizzato il suo dolore dicendo “è solo un esame”. Ho praticato l’accettazione incondizionata: il suo desiderio di farla finita è stato ascoltato come un grido di stanchezza, non come un giudizio di valore. Solo quando Giulia si è sentita “compresa nel suo buio”, la tensione muscolare e psichica ha iniziato a cedere. 2. Analisi Bio-Psico-Sociale: Oltre il Libretto Universitario Abbiamo esplorato, con delicatezza, cosa rappresentasse quella laurea nel suo sistema di vita: Bio: il sonno interrotto, l’appetito perso, la tachicardia costante (segnali di un sistema nervoso in overload). Psico: un’identità totalmente schiacciata sul ruolo di “studentessa modello”. Senza il successo accademico, l’Io di Giulia spariva. Sociale: la pressione di aspettative familiari percepite come rigide e il confronto tossico con la “performance” dei coetanei sui social media. 3. Riattivare la Fluidità Secondo Piero Crispiani, il trauma dell’esame fallito aveva creato un “blocco della successione”: Giulia non riusciva più a vedere il “dopo”, il tempo era diventato un eterno presente di fallimento. Attraverso il metodo di Guido Pesci, abbiamo lavorato sulle sue disponibilità residue. Abbiamo cercato ciò che in lei era ancora “vivo”: la sua passione per l’arte, il suo legame con un animale domestico, la sua capacità di scrittura. Il pedagogista clinico qui non cura la depressione, ma aiuta la persona a “ri-animarsi”, spostando il focus dal “non aver passato l’esame” al “chi sono io mentre studio”. 4. Educare al Fallimento: L’Errore come Esperienza Clinica Il fulcro dell’intervento è stato il ribaltamento semantico della parola fallimento. In pedagogia clinica, l’errore non è un’assenza di valore, ma una tappa della traiettoria dinamica dell’apprendimento. Abbiamo lavorato sulla pedagogia dell’errore: l’esame non è una sentenza sulla persona, ma la fotografia di una prestazione in un dato momento. Il “fallimento” è stato ridefinito come una “pausa necessaria” per interrogarsi sulle proprie reali motivazioni. Giulia ha scoperto che correva verso la laurea per finire, non per diventare. 5. La Restituzione: Ridare Senso al Futuro Nel momento della restituzione, abbiamo tracciato insieme un nuovo Progetto Educativo Individualizzato (PEI), che questa volta non includeva solo date di esami, ma tempi per il sé, per il respiro, per il “diritto alla fragilità”. Giulia è uscita dal colloquio non con una soluzione magica, ma con una consapevolezza nuova: la sua vita vale infinitamente più di un numero su un libretto digitale. Il senso ritrovato non stava nel superare l’esame, ma nel capire che lei era educabile al cambiamento, anche attraverso il dolore. Conclusione Il percorso con Giulia non si è concluso con la cancellazione del dolore, ma con la sua integrazione. La consapevolezza più preziosa che ha maturato durante i colloqui non è stata la “forza di ricominciare”, ma il diritto di essersi fermata. Attraverso il prisma della pedagogia clinica, Giulia ha compreso tre verità fondamentali che hanno disinnescato la pulsione autodistruttiva: La distinzione tra Sé e Prestazione: grazie all’approccio rogersiano, ha smesso di dire “Io sono un fallimento” per iniziare a dire “Ho fallito una prova”. Questa distinzione semantica è stata il salvagente che le ha permesso di staccare il suo valore come essere umano dal giudizio di una commissione d’esame. La temporalità come processo, non come gara: integrando il modello di Crispiani sulla successione degli eventi, Giulia ha capito che la sua vita non era “finita” con quell’esame, ma aveva solo subito una decelerazione necessaria. Il tempo della laurea non era più un traguardo da tagliare per non essere “ultima”, ma uno spazio da abitare con i propri ritmi bio-psico-sociali. L’educabilità della crisi: ha scoperto che il suo smarrimento non era una patologia da estirpare, ma una “domanda educativa” estrema. Il pensiero del suicidio era il tentativo disperato di uccidere non se stessa, ma l’immagine ideale e insostenibile di sé che la società e la famiglia le avevano cucito addosso. Giulia non è tornata subito in aula. Ha scelto di prendersi un tempo di “vuoto fertile”. La sua rinascita pedagogica è iniziata quando, guardando quel libretto universitario ancora incompleto, non ha provato più solo vergogna, ma una strana, nuova tenerezza per la propria fragilità. Il colloquio clinico pedagogico ha assolto così alla sua funzione più nobile: non ha fornito istruzioni per passare l’esame, ma ha restituito a una giovane donna la bussola per navigare nel mare aperto della propria esistenza, accettando che a volte, per non affondare, bisogna saper cambiare rotta, anche a un passo dalla riva. Giada. Pedagogista Clinica Bibliografia Rogers, C. R. (2014). Un modo di essere. Firenze: Giunti Editore. (Essenziale per la parte sull’accoglienza incondizionata e l’empatia nel momento della crisi acuta). Pesci, G. (2011). Il colloquio nella pedagogia clinica. Roma: Armando Editore. (Focalizzato sulla conduzione tecnica dell’incontro pedagogico-clinico). Mani, M. (2013). Pedagogia clinica: l’aiuto alla persona. Roma: Armando Editore. Crispiani, P. (2016). Sull’epistemologia della pedagogia clinica. Bergamo: Junior. (Per l’inquadramento della pedagogia come scienza del cambiamento). Crispiani, P. (2019). La clinica didattica. Roma: Armando Editore. (Utile per comprendere come il blocco nello studio sia un blocco funzionale e non solo emotivo). Banyai, E. (2015). La resilienza. Oltre la crisi. Milano: Franco Angeli. (Per l’approccio bio-psico-sociale alla capacità di ripresa). Canevaro, A. (2013). Scuola inclusiva e mondo comune. Padova: Cedam. (Sul senso dell’errore come opportunità educativa). Recalcati, M. (2014). L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento. Torino: Einaudi. (Per la riflessione filosofica sul peso delle aspettative e il senso dello studio oltre il voto). Pompili, M. (2013). La prevenzione del suicidio. Roma: Il Pensiero Scientifico Editore. (Testo di

Dallo Scacco Universitario alla Riscoperta del Sé: Il valore dell’Errore. Leggi tutto »

Il Colloquio Clinico Pedagogico. Passo dopo passo.

In molte famiglie il digitale è entrato come un ospite silenzioso: presente, utile, ma spesso invasivo. Come pedagogista clinico, propongo un approccio gentile e concreto per ristabilire il contatto tra genitori e figli, migliorare la regolazione emotiva e restituire spazio a momenti di calma, curiosità e cura reciproca. Questo mini-piano di una settimana è pensato per essere realizzabile, adattabile a diverse età e condizioni, e soprattutto per lasciare ai membri della famiglia la possibilità di scegliere consapevolmente come usare la tecnologia.

Il Colloquio Clinico Pedagogico. Passo dopo passo. Leggi tutto »

La voce interiore alleata: come riconoscerla, dialogare e crescere

In qualità di pedagogista clinico, noto spesso che il primo ostacolo alla crescita è la nostra stessa voce interna: pensieri automatici, giudizi e convinzioni limitanti che ci impediscono di agire con consapevolezza. In questo articolo ti propongo un approccio pratico per trasformare questa voce in una guida utile al cambiamento.

La voce interiore alleata: come riconoscerla, dialogare e crescere Leggi tutto »

Ansia anticipatoria nei bambini e negli adolescenti: trasformare la tensione in energia per crescere

Come pedagogista clinico, noto spesso che l’ansia ante-prova è una compagna comune, ma non è necessariamente un nemico. Con strumenti pratici e un linguaggio gentile, si può trasformare quella tensione in energia creativa che sostiene apprendimento, relazioni e benessere quotidiano. In questo articolo propongo strategie semplici da usare a casa, a scuola e in contesto familiare.

Ansia anticipatoria nei bambini e negli adolescenti: trasformare la tensione in energia per crescere Leggi tutto »

La potenza delle scuse: trasformare errori in opportunità di crescita personale e relazionale

Essere adulti non significa evitare errori, ma saperli riconoscere, restaurare le relazioni e imparare da essi. Le scuse autentiche non sono una debolezza: sono strumenti concreti per costruire fiducia, responsabilità e crescita continua, sia in famiglia sia sul lavoro.

La potenza delle scuse: trasformare errori in opportunità di crescita personale e relazionale Leggi tutto »

La Gestione dei Trigger Emotivi: Un Approccio Pedagogico-Clinico alla Relazione Familiare

In qualità di pedagogista clinico so quanto spesso le reazioni intense in famiglia sembrino espellere fuoco dall’inconscio. Questo articolo propone un approccio pratico per riconoscere i trigger emotivi, contenere la reazione e trasformarla in un’occasione di crescita per tutti, grandi e piccoli.

La Gestione dei Trigger Emotivi: Un Approccio Pedagogico-Clinico alla Relazione Familiare Leggi tutto »

Allarme Pedagogico. L’Impatto Irreversibile della Svalorizzazione della Cura Educativa

Introduzione L’educazione, la rieducazione e la cura pedagogica rappresentano il motore della trasformazione individuale e del reinserimento sociale. Eppure, in Italia, questo lavoro cruciale – specialmente nei contesti di maggiore disagio – è strutturalmente sottovalutato, con ripercussioni irreversibili non solo sugli utenti, ma anche sui professionisti stessi. La mia analisi, estesa dal carcere alle comunità residenziali, passando per asili e scuole, rivela un quadro di emergenza professionale e sociale. 1. La Crisi Strutturale nei Contesti di Alta Intensità L’educatore opera in ambienti che concentrano le più acute vulnerabilità bio-psico-sociali. La svalorizzazione del suo ruolo si manifesta in modo uniforme attraverso vari ambiti: Ambito Natura del Disagio Manifestazione della Svalorizzazione Carcere Rischio autolesivo, disagio psichico, deprivazione relazionale. Pochi educatori per troppi detenuti, priorità alla sicurezza sulla rieducazione, rigidità burocratica. Comunità (Minori/Adulti) Traumi, dipendenze, disabilità, allontanamento familiare. Lavoro H24/7 ad alta intensità emotiva, retribuzioni sproporzionate al rischio, carenza di supporto clinico esterno. Asili e Scuole BES, DSA, povertà educativa, richieste genitoriali pressanti. Pressione sulla performance anziché sulla cura relazionale, contratti precari, assenza di supervisione obbligatoria. In tutti questi contesti, l’educatore è chiamato a fungere da “ammortizzatore sociale”, gestendo crisi complesse con risorse inadeguate, trasformando di fatto un compito scientifico e relazionale in un esercizio di pura resistenza emotiva. 2. La Visione Bio-Psico-Sociale e la Sua Trascuratezza Il mio approccio di Pedagogia Clinica a orientamento bio-psico-sociale sottolinea che la cura educativa non può limitarsi alla didattica o all’assistenza. È un intervento olistico che mira alla ricostruzione della dignità, dell’autostima e delle competenze relazionali, agendo sulle dimensioni corporea, mentale e sociale dell’individuo. Quando questo approccio viene disatteso, si verifica: Parcellizzazione dell’Intervento: il focus si sposta sulla mera gestione delle attività o sulla compilazione di carte, anziché sulla qualità della relazione trasformativa. Marginalizzazione della Cura: si investe poco nella supervisione clinica e nella formazione specifica per l’educatore, ritenendole un costo e non una risorsa strategica. Perdita di Efficacia: senza un investimento adeguato sull’operatore, si compromette l’obiettivo fondamentale della rieducazione e del reinserimento, creando un circolo vizioso di fallimenti istituzionali. 3. Le Conseguenze “Irreversibili”: Il Prezzo dell’Incuria Il vero costo di questa svalorizzazione ricade sul professionista, spesso in modo irreversibile: La costante immersione in ambienti traumatici, unita alla sensazione di impotenza sistemica e alla mancanza di riconoscimento valoriale ed economico, conduce inevitabilmente a fenomeni di burnout acuto. Questo esaurimento non è solo stanchezza; è una compromissione della salute mentale a lungo termine che si traduce in: Elevato Turnover: i professionisti qualificati abbandonano i contesti di maggior bisogno, privando i soggetti più fragili dell’esperienza e della continuità relazionale essenziale. Calo della Qualità del Servizio: un educatore demotivato e logorato non può più garantire la lucidità emotiva e la presenza relazionale necessarie per la cura pedagogica profonda. Una Rivendicazione Indifferibile e un Invito all’Azione È tempo di riconoscere la Pedagogia della Cura come una Scienza Strategica per il Paese. Non si può pretendere che gli educatori siano agenti di resilienza e di cambiamento per gli altri, se non è garantita la loro stessa resilienza. È indispensabile e urgente: Investire nelle Risorse: assicurare un rapporto numerico educatore/utente sostenibile in ogni contesto. Riconoscimento Economico e Contrattuale: adeguare stipendi e tutele alla responsabilità psico-fisica del ruolo. Supervisione Clinica Obbligatoria: istituire la supervisione periodica come diritto e dovere per tutti gli operatori di frontiera, per proteggerne il benessere e garantirne la competenza. Solo valorizzando chi cura, potremo curare davvero la società. Se siete professionisti del settore e riconoscete queste sfide, uniamoci per chiedere un cambiamento strutturale. Contatti per approfondimenti e collaborazioni: Dott.ssa Giada Moi Pedagogista Clinica (L. 4/2013) ad orientamento Bio-Psico-Sociale Email: giada.moi.93@gmail.com Bibliografia e Cronaca Questi studi, sebbene alcuni si concentrino anche sulla Polizia Penitenziaria, sono fondamentali per inquadrare il rischio psicosociale in tutto il personale che lavora a stretto contatto con la popolazione carceraria (inclusi gli educatori). Concato, G. (a cura di), Educatori in carcere. Ruolo, percezione di sé e supervisione degli educatori penitenziari. Milano: Unicopli, 2001.. Harizanova S.N., Professional burnout syndrome among correctional facility officers, Folia medica, Vol. 55 (2), 2013, pp. 73-79 Pompili M., Tatarelli R., Il suicidio e la sua prevenzione. Roma: Fioriti, 2008. Hargreaves, A. (2000). Working Time and the Professional Lives of Teachers. In: Teaching and Teacher Education, Vol. 16 (7), pp. 697-718. Canevaro, A. (2008). Pedagogia speciale e integrazione. La Nuova Italia. Ghedin, E. (2018). Burnout e stress nel corpo docente: I fattori di rischio nella professione insegnante. Pensa MultiMedia. Maslach, C., Jackson, S. E., & Leiter, M. P. (1996). Maslach Burnout Inventory Manual. Consulting Psychologists Press. Rilevanza: Il testo fondamentale sul Burnout (esaurimento emotivo, depersonalizzazione, ridotta realizzazione personale), la cui incidenza è altissima negli operatori di comunità, dove la vicinanza emotiva e la frustrazione per i risultati lenti sono quotidiane. Contini, M. (2000). Educare al confine. Contesti formativi e comunità educanti. La Nuova Italia. Rilevanza: Analizza il ruolo dell’educatore che opera ai “confini” del disagio, riflettendo sulla necessità di supporti esterni (es. supervisione) per gestire la complessità e la fragilità delle relazioni. Santinello, M., & Vianello, M. (2018). Benessere e disagio lavorativo nelle professioni d’aiuto. FrancoAngeli. Rilevanza: Offre dati e modelli per comprendere e prevenire lo stress e il burnout specifici per le professioni d’aiuto, comprese quelle in comunità terapeutiche e socio-assistenziali. Engel, G. L. (1977). The need for a new medical model: a challenge for biomedicine. Science, Vol. 196 (4286), pp. 129-136. Rilevanza: L’articolo che ha formalizzato il Modello Bio-Psico-Sociale. È cruciale per argomentare che la cura pedagogica deve affrontare la persona nella sua interezza (biologica, psicologica e sociale), e non solo il comportamento o la prestazione. Vita.it e Ristretti.org (Novembre 2025): Articoli intitolati “Carcere, il suicidio di un educatore ci interroga tutti”, che evidenziano come il fatto riaccenda la luce sulle grandi difficoltà del lavoro a forte rischio burnout e la necessità di “cura di chi cura” (Source 1.1, 2.2). Cremonaoggi e UILPA Polizia Penitenziaria (Novembre 2025): Hanno riportato il dramma del suicidio del FGP presso la Casa Circondariale di Cremona, sottolineando come l’operatore fosse “allo stremo” e denunciando la situazione di personale insufficiente e Ministero assente (Source 3.1, 3.2,

Allarme Pedagogico. L’Impatto Irreversibile della Svalorizzazione della Cura Educativa Leggi tutto »

La Comunicazione NonViolenta (CNV): Parlare per Capirsi

In una famiglia, i dissidi sono normali: opinioni diverse, stanchezza, stress improvvisi. La Comunicazione Non Violenta (CNV) offre una cornice pratica per ascoltare bisogni, esprimere sentimenti e formulare richieste chiare, senza accusare o etichettare. Questo articolo ti propone strumenti semplici e concreti per introdurre CNV nella vita di casa e trasformare i conflitti in occasioni di crescita condivisa.

La Comunicazione NonViolenta (CNV): Parlare per Capirsi Leggi tutto »

La Violenza Invisibile: La Mia Storia Personale di Trauma e Resilienza

Spunti di Riflessione e Resilienza e Violenza di Genere Questa non è solo la mia storia, ma un frammento di un trauma collettivo che dimostra quanto siamo esposte, persino negli spazi che dovrebbero essere i più sicuri: le strutture sanitarie. Scrivo questo come un atto di resilienza, per nominare la violenza e per reclamare lo spazio che mi è stato tolto. L’Inizio Silenzioso: Cagliari, 2014 Ero una studentessa universitaria, quando mi sono recata al Pronto Soccorso della Santissima Trinità di Cagliari di una domenica pomeriggio accompagnata dal mio attuale compagno. I dolori al basso ventre erano importanti, il corpo chiedeva attenzione. Dopo un primo screening, venni mandata in ginecologia. Ricordo bene la dottoressa che, di fronte alla mia sintomatologia, non si limitò a un’indagine medica. Durante gli esami, mi incalzò con domande intrusive e insinuanti, arrivando a teorizzare che l’infiammazione potesse dipendere da un “rifiuto psicologico del partner”. Nonostante avessi negato, insistette. Già in quel momento, il mio corpo, il mio dolore e la mia sfera intima venivano psicologizzati e patologizzati in base a una dinamica di genere preconcetta: se una donna ha problemi ginecologici, forse “non vuole abbastanza il suo uomo”. Questa prima esperienza, seppur sottile, gettò le basi per una violazione di gran lunga più grave, minando la fiducia nel sistema che avrebbe dovuto proteggermi. La Chiamata che Ha Infranto la mia Fiducia Passò circa un anno e mezzo. Ricordo perfettamente quel giorno nuvoloso, l’attesa alla fermata del bus con in mano la mia pennetta USB pronta per stampare la prima tesi di laurea: un momento di speranza e realizzazione. Poi, la chiamata. Un numero privato. Dall’altro capo, si presentò una figura che si identificò come il primario di Ginecologia di quel reparto. Iniziò a elencarmi i miei dati anagrafici, la data esatta della visita, il motivo del mio accesso. Confermai, scioccata dalla precisione, considerando il fatto che era un numero privato, ma siccome i dati corrisposero mi limitai a confermare. L’annuncio arrivò come una pugnalata: avevano scambiato i miei test e risultavo positiva all’HIV. Ero inerme, il mio battito accelerava, la nausea mi stringeva. Invece di offrire supporto o spiegazioni, il dottore mi incalzava con domande aberranti, sessualmente esplicite e inutili al presunto scopo medico: “È spesso lubrificata o è secca?”, “Si eccita o ha difficoltà?”, “Ha rapporti solo con un partner o più partner?”, “Ogni quanto si masturba?” Il mio corpo entrò in tilt. Chiusi la chiamata, vomitai. Ero alla fermata del bus, esposta, terrorizzata. Come poteva un primario chiamarmi da un numero privato? E come potevano aver scambiato i miei dati in modo così catastrofico? La Rivelazione: Un Atto di Violenza di Genere Sistemica Ciò che ho vissuto non è stato un errore medico, ma un abuso mirato, una violazione della privacy e un palese atto di violenza di genere. La conferma arrivò anni dopo, grazie al coraggio di donne come Noemi de Vitis che raccolsero testimonianze in tutta Italia, che ancora ci tengo a ringraziare. Il mio racconto si allinea perfettamente a un fenomeno diffuso in migliaia di casi: un sedicente primario che utilizza la stessa procedura (scambio di risultati HIV) per estorcere informazioni sessuali intime e degradanti a giovani donne, sfruttando la paura e l’autorità medica. Cosi rimasi scioccata, capi subito che entrai un sistema ben articolato di vittime. La sensazione fu bruttissima, venni investita di nuovo da quel senso di nausea e inadeguatezza. Voglio dirvi perché è un Caso di Violenza di Genere: Sfruttamento della Vulnerabilità Medica: la vittima è aggredita in un momento di massima vulnerabilità (una presunta diagnosi di HIV) e in un luogo di fiducia (l’ospedale). Sessualizzazione Abusiva: le domande non avevano scopo diagnostico; erano finalizzate unicamente a ottenere piacere sessuale e a umiliare la donna nella sua sfera più privata. Violazione del Consenso e del Corpo: viene violato il diritto fondamentale alla privacy sanitaria e all’autodeterminazione, riducendo la donna a oggetto di un’indagine morbosa. Mi sono sentita esposta, in colpa per aver risposto, imbarazzata e, soprattutto, ho avuto paura. Ma oggi, non siamo sole. La consapevolezza che i nostri dati personali possono essere sottratti persino dai luoghi che dovrebbero garantirci la massima sicurezza è un segnale di allarme sociale. Ma la mia voce, e le voci di tutte le donne coinvolte, hanno trasformato il trauma in azione. La resilienza non è dimenticare, ma integrare la ferita senza lasciare che essa definisca chi siamo. Raccontare la nostra storia, in un contesto in cui la narrazione è la nostra arma pedagogica più potente, è il passo fondamentale per riprendere il controllo. Non siamo colpevoli per aver risposto a una chiamata; siamo sopravvissute a un abuso. E ora, possiamo usare la nostra esperienza per proteggere le altre. La mia narrazione non è solo un ricordo, è la mia via d’uscita e il faro di speranza per molte altre. Nessuno è esente dalla violenza, per questo delle volte, è necessario esporsi affinché chi verrà dopo e purtroppo – per quanto nessuna di noi lo voglia- ci sarà sempre una prossima, possa sentirsi meno sola e più preparata su come agire. La Narrazione come Processo Terapeutico Narrare il proprio atto traumatico non significa semplicemente ricordare, ma rielaborare l’esperienza attraverso il linguaggio. Questo processo svolge diverse funzioni terapeutiche cruciali: 1. Dall’Esperienza Silenziosa alla Parola Integrata (Catarsi) Rompere l’Isolamento: il trauma (specialmente la violenza di genere) prospera nel silenzio e nella vergogna. L’atto di raccontare esternalizza il dolore, lo rende condivisibile e lo strappa all’isolamento interiore. La catarsi avviene quando l’emozione repressa e il ricordo vengono finalmente espressi e validati, alleggerendo il carico psicologico. Organizzare il Caos: l’esperienza traumatica è spesso memorizzata nel cervello in modo frammentato, confuso e privo di sequenza logica (come ho descritto i sentimenti di nausea, shock e confusione). La narrazione sequenziale — descrivendo “prima, poi, dopo” — aiuta il cervello a dare ordine e coerenza al ricordo. Questo trasforma il frammento caotico in una “storia” che, per quanto dolorosa, è conclusa e gestibile. Chi subisce violenza perde il controllo sulla propria esperienza e sul proprio corpo. Raccontare significa riprendere

La Violenza Invisibile: La Mia Storia Personale di Trauma e Resilienza Leggi tutto »