Perché l’educazione è (anche) una questione di genere.
Spesso, sotto i miei post, leggo commenti che suonano così: “Occupati di educazione e lascia stare il femminismo”, oppure “Cosa c’entra la parità di genere con la pedagogia clinica?”.
Oggi voglio spiegare perché, come professionista dell’educazione, non solo ho il diritto, ma ho il dovere deontologico di occuparmi di sessismo, stereotipi e parità.
1. L’educazione non è mai “neutra”
Ogni volta che educhiamo un bambin@ o supportiamo un adult@, stiamo trasmettendo dei valori. Se non mettiamo in discussione gli stereotipi di genere, stiamo implicitamente confermando che il mondo debba restare così com’è: diviso in compiti “da maschi” e “da femmine”, in emozioni permesse e proibite in base al sesso. Fare pedagogia significa scegliere quale idea di essere umano vogliamo promuovere.
2. Il sessismo è un ostacolo allo sviluppo del potenziale
La Pedagogia Clinica si pone l’obiettivo di aiutare la persona a fiorire e a superare i propri blocchi.
-
Se una bambina impara che la sua dote principale è la docilità, stiamo mutilando la sua autoefficacia.
-
Se un bambino impara che la fragilità è una colpa, stiamo sabotando la sua intelligenza emotiva.Il sessismo è un limite educativo. Combatterlo significa liberare il potenziale di ogni individuo, che è il cuore del mio lavoro.
3. La cura è politica
Il lavoro di cura (in famiglia e nelle professioni) è storicamente svalutato perché considerato “roba da donne”. Questo porta a carichi di lavoro insostenibili, mancanza di riconoscimento e burnout. Come posso occuparmi di benessere professionale o familiare senza denunciare la disparità che genera quello stress? Ignorare la dimensione di genere nel burnout significa guardare il sintomo e ignorare la causa.
4. Il femminismo come postura clinica
Essere una pedagogista femminista significa praticare un’etica della relazione basata sull’orizzontalità e sul rispetto dell’altro come soggetto sovrano. Significa decostruire il potere nel colloquio clinico e restituire alla persona la parola sulla propria vita. Il femminismo mi ha insegnato che “il personale è politico”: la sofferenza di una singola donna in studio spesso affonda le radici in una cultura che la opprime.
Il pedagogista Paulo Freire scriveva che “l’educazione è un atto politico”. Non esiste un intervento educativo che non trasmetta un modello di società. Se un pedagogista ignora il sessismo, sta implicitamente educando alla conservazione delle disuguaglianze. Come scriveva Freire, “Lavarsi le mani davanti al conflitto tra il potente e l’oppresso significa stare dalla parte del potente, non essere neutrali”. Occuparmi di femminismo significa occuparmi di liberazione, il fine ultimo di ogni pedagogia.
Decostruire il “Curricolo Implicito”
Nelle scuole e nelle famiglie esiste quello che i pedagogisti chiamano “curricolo implicito”: sono tutti quei messaggi non detti (come i giocattoli divisi per sesso, le aspettative di carriera, il modo in cui lodiamo le bambine per la bellezza e i bambini per la forza). Ignorare questi stereotipi significa permettere che diventino “gabbie” per lo sviluppo del potenziale umano. Il mio compito è rendere esplicito ciò che è nascosto, affinché ogni individuo possa autodeterminarsi.
La Cura come Valore Sociale (Carol Gilligan ed Elena Pulcini)
La psicologia e la pedagogia femminista, a partire dai lavori di Carol Gilligan, hanno dimostrato che la “Cura” non è un istinto biologico femminile, ma un’etica fondamentale per l’intera umanità. Spesso le donne che arrivano nel mio studio sono in burnout perché la società ha scaricato su di loro tutto il peso emotivo e assistenziale del mondo. Come posso aiutarle a stare meglio se non denuncio la radice politica di questo sovraccarico? Parlare di parità significa parlare di giustizia distributiva del lavoro di cura.
Decostruire la maschilità tossica per relazioni sane
Un pilastro del mio lavoro è la decostruzione della maschilità tossica. Educare i generi non significa solo sostenere le donne, ma liberare gli uomini da modelli rigidi basati sul dominio e sulla negazione dell’emotività. Questi modelli sono la radice di relazioni disastrose e disfunzionali. Nel mio libro, “Il ruolo del pedagogista clinico nella violenza di coppia”, edito Armando Editore, approfondisco come gli stereotipi e il sessismo linguistico siano il terreno fertile su cui cresce la violenza. Il pedagogista clinico ha il dovere di intervenire non solo nella prevenzione, ma anche nel trattamento, lavorando sia con le vittime per la loro ricostruzione identitaria, sia con gli abusanti per una rieducazione profonda al rispetto e alla gestione del sé.
La mia risposta ai critici
Dirmi di occuparmi “solo di educazione” è un paradosso pedagogico.
-
L’educazione al consenso è prevenzione della violenza.
-
La decostruzione del sessismo linguistico è educazione al pensiero critico.
-
Il trattamento di vittime e abusanti è clinica del legame e della responsabilità.
Come professionista, ho il dovere di essere apertamente femminista perché il femminismo è lo strumento clinico che mi permette di vedere le catene invisibili che impediscono alle persone di fiorire.
La neutralità non è una virtù pedagogica: è un’omissione di soccorso.
Conclusione
Il mio studio e i miei canali social non sono zone franche dalla realtà. Sono laboratori di libertà. Se vogliamo cambiare il modo in cui viviamo, dobbiamo cambiare il modo in cui educhiamo. Il mio lavoro non finisce sulla porta dello studio o della stanza dei giochi. Il mio lavoro continua ovunque ci sia un confine da abbattere e un diritto da rivendicare.
Per chi vuole approfondire questi temi e capire come la pedagogia clinica possa agire concretamente contro la violenza di genere, ne parlo ampiamente nel mio libro.
Non sono una divulgatrice che “fa anche” femminismo. Sono una pedagogista che usa il femminismo come bussola scientifica e umana per aiutare le persone a essere veramente libere.
E tu, hai mai sentito che il genere ha influenzato il modo in cui sei stat@ educat@ o il modo in cui vivi la tua vita e/0 il tuo lavoro oggi?
Parliamone nei commenti.
Giada.Pedagogista Clinica
Bibliografia:
-
P. Freire, La pedagogia degli oppressi, Gruppo Abele, 2011.
-
b. hooks, Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà, Mimesis, 2020.
-
C. Gilligan, Con voce di donna. Etica e formazione della personalità, Feltrinelli, 1982/2011.
-
L. Mortari, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, 2015.
-
E. Pulcini, La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale, Bollati Boringhieri, 2009.
-
R. Connell, Maschilità. Identità e trasformazioni del maschio contemporaneo, Feltrinelli, 1996.
-
S. Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1987.
-
L. Robustelli, Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo, Accademia della Crusca, 2012.
-
A. Giddens, La trasformazione dell’intimità. Sessualità, amore ed erotismo nelle società moderne, Il Mulino, 1995.
-
D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, 1996.
-
L. Formenti, La formazione autobiografica, Guerini, 1998.
