Introduzione
Per un/a Pedagogista Clinic@, accogliere un collega “sul lastrico” del burnout non significa offrire soluzioni pronte, ma attivare un processo di ri-educazione alla propria storia. Il burnout è, prima di tutto, una ferita biografica: il professionista non sa più chi è al di fuori del suo fallimento percepito.
Il Setting come Contenitore e Specchio
Il primo intervento avviene nella creazione di uno spazio dove il “tabù” della stanchezza può essere pronunciato. Nel colloquio clinico, il pedagogista deve:
-
Validare il cinismo: accogliere frasi come “Non mi importa più nulla dei pazienti” non come segnali di incompetenza, ma come difese immunitarie di una mente satura.
-
Analizzare la risonanza: aiutare il professionista a distinguere tra il proprio dolore e quello “assorbito” dall’utente.
Il Metodo Autobiografico: Strumenti di Ricostruzione
L’uso della narrazione nel colloquio permette di oggettivare il trauma e ritrovare il senso dell’agire.
1. La Scrittura Riflessiva
Invitare il professionista a descrivere brevi frammenti della sua giornata lavorativa. La scrittura sposta il carico dal corpo alla carta.
-
Esercizio: descrivere un momento di “impotenza” in terza persona. Questo aiuta a vedere i vincoli esterni (mancanza di risorse, sistema rigido) che il professionista scambia erroneamente per colpe personali.
2. Il “Perché”
Il burnout cancella le origini. Attraverso il colloquio autobiografico, si ricercano le tracce del desiderio iniziale.
-
Domanda clinica: “Qual è l’immagine o l’incontro che, anni fa, ti ha fatto dire ‘voglio fare questo lavoro?”. Riagganciarsi a quell’immagine serve a proteggere l’identità profonda dalla ferita del ruolo attuale.
3. Il Bilancio delle Competenze di Resilienza
Invece di analizzare cosa manca, il pedagogista clinico agisce come un ricercatore di risorse. Si ricostruisce un “curriculum emotivo” delle crisi superate in passato, riattivando la percezione di autoefficacia.
Strategie di Sopravvivenza Deontologica
Oltre al lavoro narrativo, il pedagogista guida il professionista verso micro-cambiamenti strutturali:
-
I Rituali di Confine: definire gesti fisici (cambio d’abito, lavaggio delle mani, silenzio in auto) per separare il “tempo della cura” dal “tempo del sé”.
-
La Disconnessione Etica: riaffermare il diritto a non essere reperibili come condizione necessaria per mantenere la lucidità clinica.
-
La Supervisione come Igiene: far passare il messaggio che chiedere aiuto non è un fallimento, ma un atto di onestà verso gli utenti.
Immaginiamo di avere davanti un infermiere o un educatore che dice: “Non sento più niente, vado al lavoro come un automa e spero solo che la giornata finisca presto”.
Lo strumento: La tecnica della “Rinarrazione”
Invece di analizzare genericamente la sua stanchezza, chiedigli di isolare un singolo momento.
1. La consegna (Scrittura veloce):
“Prendi questo foglio. Vorrei che descrivessi un momento di ieri in cui ti sei sentito ‘al limite’. Non scrivere cosa hai fatto, ma cosa vedevi, cosa sentivi nel corpo e quale pensiero ti è passato per la testa. Hai 3 minuti.”
2. L’esempio di narrazione del professionista:
“Ero in corridoio, la signora Rosa continuava a chiamare per la decima volta. Ho sentito una fitta allo stomaco e ho pensato: ‘Se non sta zitta inizio a urlare’. Mi sono sentito un mostro, non è da me.”
3. L’intervento del Pedagogista Clinico (Riconnessione autobiografica): qui non giudichi il pensiero (“urlare”), ma usi la biografia per smontare il senso di colpa:
“Quello che descrivi è il tuo corpo che sta cercando di proteggersi da un’invasione. Prova a ricordare: quando hai iniziato questo lavoro, come avresti reagito alla signora Rosa? Cosa è cambiato nella tua ‘storia’ tra quell’inizio e questo corridoio?”
4. La “Rifrazione” (Cambio di prospettiva): chiedigli di riscrivere lo stesso episodio ma come se fosse un osservatore esterno che guarda un collega:
“Se vedessi un tuo collega, che stimi molto, lavorare da 12 ore senza sosta e avere quella reazione, cosa diresti di lui? Diresti che è un ‘mostro’ o che è una persona a cui è stato chiesto di reggere un peso disumano senza sosta?”
Perché questo esempio è efficace nel colloquio?
-
Sposta il focus: il problema non è la “cattiveria” del professionista, ma la saturazione del suo dispositivo di cura.
-
Crea distanza clinica: scrivere l’episodio permette di guardarlo come se fosse “un caso” e non la propria identità.
-
Attiva la compassione professionale: usando la terza persona, il professionista ricomincia a vedersi come un essere umano che merita cura, e non solo come un erogatore di prestazioni fallimentare.
Una domanda che utilizzo spesso nei colloqui:
“Se la tua stanchezza potesse parlare e raccontarci la sua storia, cosa ci direbbe del modo in cui ti sei preso/a cura degli altri in questi anni a scapito di te stesso/a?”
Conclusione
Prendersi cura di chi cura è un atto di resistenza pedagogica. Come pedagogisti clinici, non “aggiustiamo” professionisti rotti, ma li aiutiamo a rinarrare la loro fatica affinché diventi un nuovo sapere professionale. La cura di sé, in quest’ottica, diventa la prima competenza da insegnare e da testimonianza.
Giada. Pedagogista clinica
Bibliografia:
-
L. Mortari, Filosofia della cura, Raffaello Cortina Editore, 2015.
-
P. Bertolini, Ad immagine tesa. Per una pedagogia clinica, La Nuova Italia, 1988.
-
E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali, Einaudi, 2003.
-
D. Demetrio, L’educazione interiore. Introduzione alla pedagogia introspettiva, La Nuova Italia, 2000.
-
D. Demetrio, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, 1996.
-
L. Formenti, La formazione autobiografica, Guerini, 1998.
-
C. Maslach, Burnout. Il costo della cura, Franco Angeli, 1997.
-
M. Sanicola, L’intervento di rete, Liguori, 2006.
-
B. van der Kolk, Il corpo accusa il colpo, Raffaello Cortina Editore, 2015.
-
P. Donati, Relazione di cura e beni comuni, Franco Angeli, 2021.
-
M. Nussbaum, Terapia del desiderio, Vita e Pensiero, 1998.
