Violenza fisica e/o psicologica: cosa viene prima del femminicidio.
Introduzione:
Il femminicidio non è solo un omicidio, ma l’apice di un lungo percorso di violenza di genere. Nel nostro ruolo di pedagogisti clinici, è fondamentale analizzare a fondo questo tragico fenomeno, esplorandone le origini, le dinamiche e i segnali premonitori. Questo articolo si propone di fare luce su un tema complesso e doloroso, spesso frainteso o ridotto a un fatto di cronaca isolato.
Vedremo come il controllo, la manipolazione psicologica e l’isolamento rappresentino spesso i primi segnali di un’escalation che può avere esiti fatali.
L’ obiettivo è fornire strumenti di comprensione e consapevolezza, offrendo una prospettiva che va oltre la superficie per riconoscere i campanelli d’allarme e agire prima che sia troppo tardi. Riconoscere i segnali di pericolo non è un atto di accusa, ma un gesto di protezione e di solidarietà verso tutte le donne.
La violenza fisica e quella psicologica sono solo due macrocategorie delle tante tipologie di violenza che si possono attuare.
Per violenza fisica intendiamo tutte quelle azioni che prevedono qualsiasi tipo di percossa, come schiaffi, l’utilizzo di bastoni o cinghie, torsione delle braccia, bruciature di sigaretta, calci, pugni, morsi, fratture, soffocamento, strangolamento, tirare o strappare i capelli; tutte azioni finalizzate a infliggere dolore fisico alla vittima. Spesso l’obiettivo è quello di far arrivare la vittima ad avere bisogno di cure mediche, anche ospedaliere, talvolta fino a portarla al raggiungimento della morte o comunque a una situazione di fin di vita. Spesso è solo quando si arriva a questo punto che la vittima o chi per lei, rivolge una richiesta di aiuto alle autorità competenti.
Quando le lesioni sono gravi è ben visibili chiedere aiuto paradossalmente diventa più semplice, più complesso è invece, quando le lesioni sono meno visibili, perché il maltrattante potrebbe sfruttare l’espediente dell’incidente domestico, per cui alcuni lividi benché causa di percosse, possono essere giustificati, come qualche colpo accidentale allo spigolo del tavolo durante i lavori domestici, oppure una caduta dalle scale, o uno scivolamento accidentale nella doccia. La scusa degli incidenti domestici, sono tra le giustificazioni più utilizzate, e naturalmente la donna non deve sostenere il contrario, cioè che è stata vittima di percosse, altrimenti la sua situazione potrebbe notevolmente peggiorare. Un altro comportamento frequente che fa parte dei possibili danni fisici riguarda anche la guida estrema di un veicolo, normalmente la guida di un’auto, la guida spericolata del persecutore induce la vittima a una situazione di puro terrore, ad esempio brusche accelerate e improvvisi rientri in corsia, sorpassi più che azzardati, curve fatte a tutta velocità ecc, predispongono la vittima a rischiare la propria incolumità. Nelle violenze fisiche, naturalmente rientrano anche quelle sessuali, perché c’è sempre una effettiva inflizione di dolore fisico e una violazione fisica dell’intimità della partner. Sia obbligare ad avere un rapporto non voluto, o che l’atto assuma connotazioni non desiderate, rientra nella violenza sessuale, oppure l’obbligo di avere rapporti con più partner, si pensi al complesso caso di Gisèle Pelicot, drogata dal marito e abusata da lui e da altri 51 uomini nel corso di molti anni, abusi dunque ripetuti.
Inoltre, spesso il maltrattante dopo aver percosso la vittima la sottopone all’obbligo di soddisfarlo in un rapporto sessuale, delle volte anche con delle pratiche perverse che alla vittima non piacciono. La violenza sessuale è tra le violenze fisiche quella meno denunciata, perché le vittime suppongono che sia più difficile trovare prove che confutino la violenza subita, in quanto fa parte della violenza domestica, di coppia, è più difficile trovare prove tangibili; inoltre, il maltrattante utilizza sempre la scusa della convivenza e quindi del consenso, in realtà è proprio in questo caso che il consenso viene assolutamente violato. Nella violenza psicologica invece rientrano tutte quelle azioni, che sono finalizzate a limitare la libertà del partner, e a ledere la sua dignità fino ad annichilirla completamente.
Insulti continui, denigrazioni e umiliazioni sono all’ordine del giorno, l’obiettivo del persecutore è quello di umiliare, sottomettere, manipolare la vittima depersonalizzandola fino a un controllo totale, come la manipolazione o persino il plagio.
Si tratta di comportamenti, come già sottolineato reiterati nel tempo con costanza ed astuzia, e la peculiarità di tale tipologia di violenza è che si attua senza necessariamente esercitare una qualche forma di violenza fisica, in questo modo spesso è difficile da identificare dalle autorità competenti, ma anche dalla stessa vittima, almeno inizialmente, e spesso anche dallo stesso persecutore, perché caratterizzato da personalità più o meno complessa, come: l’egocentrico, colui che non è capace di provare empatia: l’anaffettivo, colui che attua meccanismi di negazione, colui che ha avuto un tipo di attaccamento problematico, evitante/ distanziante, o il narcisista, i quali spesso sono definiti gli “insospettabili”.
La violenza psicologica appartiene all’ambito della comunicazione verbale e non verbale, una componente costante all’interno della comunicazione della coppia è il disprezzo nei confronti della compagna, atto a favorire il senso di superiorità del persecutore sulla vittima. Le emozioni che predominano la comunicazione sono: la rabbia, il disgusto, il disprezzo, per cui i contenuti vertono sull’utilizzo di parole che esprimono tali significati.
Offese verbali, insulti, critiche avvilenti e umiliazioni verbali, tutto questo avviene tramite l’uso di ironia, sarcasmo, derisione e qualsiasi altra maniera che tenda a ridicolizzare. Naturalmente le critiche e queste modalità distruttive si evolvono in un crescendo, passando da un attacco occasionale a modalità sempre più assidue, questo porta la vittima ad adattarsi alle critiche e alle umiliazioni, entrando a far parte del linguaggio quotidiano, che diventa una forma praticamente normale di comunicazione. Quello che si verifica è un processo di abituazione per cui la vittima non si rende neanche più conto cosa sia una comunicazione pacifica, questo perché i frequenti stimoli di insulti e critiche vengono percepiti in modo reiterato e questo fa sì che si archivino in memoria come qualcosa di già processato.
Spesso non è solo il contenuto ad essere offensivo, ma quasi di più la modalità perché caratterizzata da cinismo e sarcasmo, ma anche vera e propria cattiveria.
“Il come una persona ci parla ci dà indicazioni sull’atteggiamento relazionale che questa persona intende prendere nei nostri confronti” (Bonsangue, 2022, pag. 58).
Colui che utilizza questo tipo di comunicazione, lo farà in base a ciò che più gli conviene, modificando l’intento, giustificandosi, magari facendo passare l’altro per paranoico, così da rendergli le idee sempre più confuse e disorganizzate. Un’altra caratteristica della violenza psicologica è la minaccia, nella quale il principale obiettivo è quello di intimidire la vittima riferendosi a danni possibili rivolgibili alla sua persona, alle sue cose, o persino ai figli o persone a lei care, in questo modo il risultato sarà quello di limitare la libertà psicologica, sotto coercizione la vittima modifica il suo comportamento in base alle minacce subite.
In sintesi, le principali modalità di violenza psicologica sono:
- la violenza verbale: alzare il tono di voce, insultare, screditare, ridicolizzare, umiliare ecc;
- le pressioni per far fare o non far fare qualcosa: fare qualcosa di indesiderato, come avere rapporti sessuali controvoglia;
- la mancanza di rispetto: mettere la vittima in una condizione di subordinazione, ridicolizzarla davanti ad altre persone, interromperla ogni volta che prova a parlare o dire la sua, usare toni sarcastici per minimizzare la sua posizione;
- la manipolazione della fiducia: si verifica quando il persecutore altera i fatti, cambia aspetti di circostanze realmente accadute per accattivarsi le altre persone e fare in modo che la vittima venga svalutata e non creduta;
- la privazione emotiva: completa assenza di comunicazione affettiva, di scambi emotivi sereni, senza urla o insulti, mancanza di approvazione, accudimento e conforto nei momenti difficili;
- le intimidazioni: minacce verbali contro la propria persona o le proprie cose, o le persone care, addirittura la possibilità di attuare minacce con oggetti contundenti o addirittura un’arma;
- il controllo economico: questa è un altra delle possibilità dell’attuazione della violenza psicologica, criticare in maniera offensiva il lavoro che la donna svolge, spingerla a lasciarlo e ad essere economicamente dipendente, in modo che debba sempre chiedere a lui, così da poter sempre esercitare un certo tipo di controllo;
- l’isolamento: divieto di vedere e frequentare la famiglia o persone a lui invise, l’aspetto della socialità viene completamente annientato, proprio per far sentire sempre più sola la vittima e così evitare situazioni in cui la donna sfugga al suo controllo, e magari possa raccontare dei maltrattamenti subiti. L’isolamento è un aspetto che va analizzato molto bene perché racchiude in sé caratteristiche che rientrano in una modalità chiamata “riforma del pensiero”, all’imposizione di non frequentare familiari e amici, vengono aggiunte tecniche di rafforzamento linguistico dell’obiettivo che il persecutore si prefigge. Infatti, aggiungere a questo divieto, critiche distruttive, umiliazioni e intimidazioni ha l’obiettivo di distruggere progressivamente quella che è la reale dignità e immagine della donna. Ad esempio, assegnandoli un nomignolo, seppur in apparenza affettuoso, sembra un’operazione inoffensiva, ma in realtà calata nel quadro dell’isolamento e modificazione della personalità, ha tutto fuorché di innocuo. Infatti, se il partner maltrattante smette di chiamare la vittima con il suo vero nome, ma gli assegna un nomignolo, la vittima metterà in atto tutta una serie di comportamenti ed azioni sulla base della manipolazione in atto.
Per cui la vittima si riprogramma a livello comportamentale, lo scopo è quello di neutralizzare esperienze e conoscenze passate, che vengono completamente sostituite da un nuovo apprendimento emotivo disfunzionale. Così la vittima per evitare sfuriate evita di sentire e vedere le persone a lei care anche per proteggerle da eventuali minacce e violenze, isolandosi sempre di più, allo stesso modo il carnefice ha un controllo assoluto, fino a controllare la posta, il telefono, il pc della vittima, facendosi comunicare gli spostamenti che essa attua anche nei minimi dettagli, fino ad interpellare altre persone così che possano confermare ciò che la donna dice. Questo è il caso di un’effrazione mentale, cioè il tentativo di sequestrare la mente dell’altro in modo che gli appartenga e non fuoriesca da quegli schemi mentali di completa riverenza. Si arriva addirittura a pretendere di conoscere i pensieri dell’altro, e se l’altro risponde in maniera vaga o comunque anche del tutto sincera non va comunque bene, risulta impossibile convincerlo della sua sincerità. Un altro modo in cui si esercita il controllo è la riduzione del tempo libero, sia per evitare che questa possa attuare le sue riflessioni, sia per evitare che abbia dei contatti esterni. Per fare in modo che la vittima lo faccia con una certa facilità, svilupperà un sistema di premi e punizioni, che inconsciamente addestra la vittima a comportarsi esattamente come lui desidera, senza possibilità di ribellione.
Il controllo è coadiuvato in questo sistema dal senso di colpa, un sentimento che fa sentire la vittima sbagliata, inadeguata, costantemente in errore nei confronti del partner, che cerca di abituare la vittima a sentirsi sempre più in colpa nei suoi confronti, così da averla completamente in pugno. Questa sensazione di sentirsi costantemente in difetto da parte della vittima, la motiva ad impegnarsi di più per soddisfare il partner ed evitare escalation di aggressività, giungendo ad una situazione che in gergo tecnico viene chiamata schiavitù emotiva, che equivale a una situazione di costante disparità, che cresce sempre di più sino a un debito emotivo inestinguibile.
Fanno parte di questa schiavitù emotiva anche, la suggestione di fobia, ovvero la messa in discussione delle sicurezze, anche quelle più logiche e scontate; ma anche una comunicazione tanto contraddittoria da rivelarsi paradossale, cioè il partner dice una cosa per poi disconfermarla subito dopo, questa progressiva contraddizione produce un aumento della confusione mentale tanto da minare la sicurezza dell’io cosciente. Questo porta alla negazione di fatti realmente esistiti, o al contrario la dichiarazione di fatti mai avvenuti, fino a far dubitare la vittima, tanto da alterare i ricordi così che diventi dipendente totalmente anche da un punto di vista mentale, questa tecnica si chiama gaslighting ,ovvero la messa in atto di pratiche completamente strane, bizzarre, folli che possono disorientare a livello cognitivo e psicologico la vittima.
Un altro elemento molto pericoloso della violenza psicologica è la tecnica della disconferma continua, normalmente in una coppia dove vi è un equilibrio abbastanza funzionale, i membri si trasmettono e percepiscono l’uno dall’altro messaggi di approvazione, condivisione, stima ecc, nel caso della disconferma, quello che la vittima percepisce è che così com’è non è adeguata, è costantemente disapprovata, è spinta al cambiamento per soddisfare i desideri assurdi del partner. Questo con l’andare del tempo porta nella vittima un bisogno di disapprovazione che si soddisfa solo se si soddisfano quelli che sono i desideri dell’altro a discapito della propria identità. Questo fa sì che la vittima si modifichi fino ad arrivare a cambiare completamente sé stessa fino a perdersi, ma comunque per il persecutore non sarà sufficiente, perché in realtà non lo sarà mai.
Questo porta a una dissociazione della personalità, che permette di sopravvivere come dentro una bolla, è come un meccanismo di difesa per evitare di impazzire o prendere tempo per un eventuale futura via di uscita da questa situazione tossica.
La manipolazione appena descritta riguarda il controllo di varie sfere della vita della vittima:
- il controllo del comportamento;
- il controllo del pensiero;
- il controllo delle emozioni;
- il controllo delle informazioni;
Quanto appena descritto è una vera e propria riforma del pensiero della persona vittimizzata, purtroppo quando si arriva a tali livelli di esasperazione e persecuzione, i risultati all’atto pratico, possono essere l’induzione al suicidio o l’omicidio, quello che l’ISTAT sta cercando di definire da un punto di vista legislativo come un vero e proprio delitto di genere, ovvero il femminicidio.
Nello specifico si intende qualsiasi atto violento commesso da un uomo (qualsiasi sia il suo ruolo nella vita di una donna), partner, ex partner, padre, fratello che infligge violenza su una donna in quanto donna.
Il femminicidio non è un singolo atto di natura privata, ma un vero e proprio fenomeno sociale inflitto dalla società sulle donne, che utilizza questo strumento per esercitare il controllo sulle donne. Quando si dice che il fenomeno è strutturale significa che si attuano pratiche che, pur essendo illegali e marginalizzanti vengono comunque legittimate dalla società. Queste azioni hanno lo scopo di ridurre ai minimi termini la possibilità di autodeterminazione della donna a livello personale, professionale e in generale sociale. Una vera e propria violazione di diritti privati e pubblici, attraverso condotte di odio di genere, quali maltrattamenti domestici e psicologici, maltrattamenti fisici, stalking, mobbing sul lavoro per evitare che la donna possa risultare più brava e capace, violenza di tipo sessuale, familiare, educativa, comunitaria e addirittura quella che va a legittimare tutte queste: quella istituzionale.
Il femminicidio è un tipo di violenza che mira ad annientare la soggettività femminile sia sul piano psicologico/personale, sul piano simbolico/del linguaggio, che sul piano economico e sociale che porta all’uccisione della donna solo in quanto facente parte del genere femminile.
Alla base del fenomeno esiste una radice ideologica molto forte, che prevede il predominio del l’uomo sulla donna, perché si ha la convinzione che la donna sia inferiore sotto tutti i punti di vista all’uomo.
Benché ci siano state e continuino ad esserci enormi difficoltà per l’emancipazione femminile, tuttavia, il miglioramento in vari ambiti sociali degli ultimi anni, ha portato probabilmente a un inasprimento dell’odio di genere. Per cui il maschio spesso e volentieri, vede questo miglioramento culturale e sociale come una minaccia alla sua mascolinità, portandolo spesso al gesto estremo del femminicidio.
“La sovrastruttura ideologica del sistema di matrice patriarcale e classista, si è servita delle istituzioni sociali, (religione, diritto, sistema educativo, media) per fondare e assicurare la subordinazione delle donne nelle relazioni di potere familiari, economiche e sociali, in generale, ma in particolar modo per controllare la sua funzione procreativa, considerata come un obbligazione naturale” (Craparo, Schimenti, 2014, pag. 42-43).
Non è difficile intuire che questi meccanismi incidono negativamente ed arbitrariamente sulla capacità decisionale di una donna, limitando la sua azione personale e sociale, imponendo su di essa la loro volontà, anche con la violenza. Un dato che sostiene l’importanza del fenomeno dei femminicidi è proprio la violenza domestica, perché è proprio all’interno della violenza domestica che si attuano più femminicidi.
L’ulteriore aggravante del femminicidio è che l’uomo che uccide lo fa anche perché non riconosce nella donna un soggetto, ma bensì un oggetto di sua proprietà, come se questa non avesse facoltà di pensiero e azione propria.
Un elemento sostanziale, giunti a questo punto della trattazione, è capire come contrastare il femminicidio e capire se ci sono, e quando ci sono, riconoscere e trattare questi segnali di allarme che possono rientrare in una serie di indicatori di rischio, uno fra questi riguarda i cosiddetti “insospettabili” ovvero coloro che non rientrano, in patologie, dipendenze o alterazioni in generale psico-fisiche, in questi rientrano praticamente la maggior parte dei casi circa l’ 80%. Quindi è difficile in questo caso prevedere eventuali fattori di rischio, più semplice invece, potrebbe essere in quelle situazioni, dove ad esempio il partner fa uso di sostanze stupefacenti o abuso di alcool, in quanto questo genere di sostanze tendono a disinibire ancora di più i comportamenti del partner violento. Un altro elemento, potrebbe riguardare la salute mentale della vittima, e il grado di vittimizzazione; infatti, in casi di violenza di genere la vittima tende quasi naturalmente, per via degli eventi subiti a presentare disturbo da stress post traumatico, fasi di angoscia, depressione, ansia generalizzata, paranoia, senso di impotenza ecc.
Un altro elemento di rischio che può accadere, riguarda le coppie in fase di separazione, si è notato soprattutto in Italia, che i casi di violenza che hanno portato al femminicidio sono stati precedentemente segnalati e denunciati, ma non gli è stata riconosciuta un adeguata importanza dalle istituzioni, circa il 90 % dei casi di femminicidio avviene in situazioni di separazione. Allo stesso tempo la maggior parte delle donne vengono uccise all’interno di una relazione di coppia. Alla luce di quanto finora scritto, probabilmente i casi di separazione, o presunta tale, e relazioni di coppia particolarmente conflittuali tanto da essere considerate violente, andrebbero maggiormente monitorate, e soprattutto sarebbe sicuramente d’aiuto che la donna possa in questa fase così delicata contare su una rete di esperti e su un certo livello di discrezione e competenza nella gestione del caso.
Il femminicidio non è una fatalità, ma la tragica e prevenibile conseguenza di una cultura che sminuisce e oggettivizza la donna. La prevenzione non può più essere un optional, ma deve diventare il cuore pulsante di un’azione educativa e sociale capillare. È in questo contesto che la pedagogia clinica si rivela uno strumento indispensabile.
Attraverso il colloquio clinico individuale, il pedagogista può offrire un supporto mirato, aiutando la vittima a riconoscere i meccanismi di abuso e a recuperare la propria autostima e senso di agency. Parallelamente, i gruppi di auto-mutuo aiuto offrono uno spazio protetto per la condivisione di esperienze, permettendo alle donne di sentirsi meno sole e di costruire una rete di supporto solida.
La prevenzione passa anche per l’educazione all’autonomia. Progetti volti a rafforzare le competenze personali e professionali, dall’indipendenza economica alla capacità di prendere decisioni, sono fondamentali per spezzare il ciclo della dipendenza che spesso precede la violenza. Il pedagogista clinico ha il compito di guidare questi percorsi, fornendo strumenti concreti per la ricostruzione di sé e per la creazione di un futuro libero dalla paura e dalla violenza.
In conclusione, la lotta contro il femminicidio non si vince solo con leggi più severe, ma con una rivoluzione culturale che parte dalle relazioni, dalla scuola e dalla famiglia. È un percorso lungo e impegnativo, che richiede il contributo di tutti, a partire dalla consapevolezza che l’educazione è la prima e più potente arma di difesa.
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Bonsangue, M. (2022). La violenza psicologica nella coppia – Cosa c’è prima di un femminicidio. Dario Flaccovio Editore.
Paoli M., a cura di, La Crusca: perché si dice “femminicidio”. C’è bisogno di una sua parola nuova per indicare qualcosa che accade da sempre? Testo disponibile sul sito: Femminicidio: i perché di una parola – Consulenza Linguistica – Accademia della Crusca
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Giada. Pedagogista Clinica
