Spunti di riflessione: resilienza e benessere

Resilienza quotidiana: trasformare piccole abitudini in crescita reale

Benvenuti sul mio blog. Sono una pedagogista clinica e credo che la crescita personale nasca dalle piccole scelte di ogni giorno. In questo articolo esploriamo la resilienza come capacità di adattarsi alle difficoltà e di trasformare le sfide in opportunità di apprendimento e sviluppo, anche quando il tempo è poco o la stanchezza è tanta.

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L’Intelligenza Emotiva: la Bussola per Prevenire la Violenza e Costruire una Leadership Etica

Introduzione In un’epoca caratterizzata da conflitti crescenti – dalle relazioni interpersonali tossiche ai drammi della guerra globale – emerge con urgenza la necessità di strumenti educativi capaci di forgiare individui consapevoli e responsabili. Come pedagogista clinica, osservo quotidianamente come l’assenza di determinate competenze emotive sia alla radice di comportamenti distruttivi. La chiave per disinnescare la violenza, mitigare il senso di onnipotenza e coltivare una vera leadership risiede nell’Intelligenza Emotiva (IE). L’IE, definita da Daniel Goleman come la capacità di riconoscere, comprendere e gestire efficacemente le proprie emozioni e quelle degli altri, non è semplicemente una “dote”, ma un insieme di competenze che possono e devono essere educate e allenate sin dalla prima infanzia. L’IE come antidoto alla violenza e alla rabbia distruttiva La violenza, in tutte le sue forme (fisica, psicologica, di genere), è spesso l’esito di una mancata autoregolazione emotiva e di una profonda incapacità di empatia. Un buon programma di educazione emotiva agisce come un vaccino, insegnando a: Riconoscere la rabbia prima che esploda: la rabbia è un’emozione naturale e non è il nemico, lo è la sua gestione disfunzionale. L’IE permette di identificare i trigger emotivi e di non permettere che la frustrazione sfoci in aggressività incontrollata. Lavorare sul “pensiero alternativo” e “consequenziale” permette ai bambini e agli adulti di comprendere che un conflitto può essere risolto in modi diversi dalla violenza, come dimostrato in vari programmi educativi. Sviluppare l’empatia: l’empatia è la competenza sociale per eccellenza e un deterrente cruciale alla violenza. Permette di “mettersi nei panni dell’altro”, cogliendo i segnali di disagio e dolore. Questa sintonizzazione emotiva rende l’atto violento moralmente e psicologicamente più difficile da compiere. L’educazione all’ascolto attivo e al riconoscimento delle emozioni altrui costruisce ponti di comprensione al posto di muri di indifferenza. Contrastare la spirale dell’odio: a livello sociale, l’IE infonde un sentimento sociale di cooperazione e rispetto. Solo imparando a valorizzare le emozioni positive come l’amicizia, l’umorismo e la felicità autentica (il “bene”) si può “affogare il male nell’abbondanza del bene”, creando un tessuto sociale basato sulla fiducia e sul benessere condiviso, che è l’opposto della guerra. Dall’onnipotenza alla consapevolezza dei limiti Uno dei fenomeni psicologici più insidiosi, spesso celato dietro l’aggressività e la manipolazione, è il senso di onnipotenza. Questo meccanismo difensivo, specialmente negli individui con attaccamenti insicuri o un’identità difensiva, si manifesta come una convinzione di non avere limiti, di non dover rendere conto a nessuno e di poter abusare del potere senza conseguenze. Spesso è una reazione difensiva all’opposto, un profondo senso di impotenza e vulnerabilità non accettato. L’Intelligenza Emotiva gioca un ruolo fondamentale nel “ridimensionamento” costruttivo di questo senso distorto di sé, attraverso: Autoconsapevolezza: riconoscere le proprie emozioni (paura, ansia, vulnerabilità) è il primo passo per accettare i propri limiti. Un leader emotivamente intelligente sa di non essere infallibile e riconosce la propria fallibilità come un’opportunità di crescita, non come un fallimento da coprire con l’arroganza o la forza. Gestione della frustrazione: l’onnipotente non tollera il fallimento o il rifiuto. L’IE fornisce strumenti per gestire la frustrazione e la collera in modo efficace, prevenendo che questi sentimenti si traducano in comportamenti aggressivi o autodistruttivi volti a riaffermare un controllo illusorio sul mondo. Umiltà e vulnerabilità: solo accettando la propria vulnerabilità e lavorando sulla resilienza, l’individuo può abbandonare le “armature” difensive dell’onnipotenza per abbracciare l’autenticità e relazioni basate sulla reciprocità e non sul mero utilizzo dell’altro per ricevere conferme narcisistiche. L’IE: il segreto di una leadership trasformativa Il superamento del senso di onnipotenza e la gestione costruttiva delle emozioni aprono la strada a una forma di leadership superiore, definita leadership emotiva. Un leader emotivamente intelligente non si impone per forza, ma per influenza positiva e ispirazione. Le competenze emotive essenziali per una leadership efficace includono: Area di Competenza Descrizione e Beneficio Consapevolezza di Sé Riconoscere i propri valori, le proprie forze e i propri trigger emotivi. Permette decisioni lucide e un’immagine realistica di sé (non distorta dall’onnipotenza). Gestione di Sé Controllare gli impulsi (specialmente la rabbia), mantenere un atteggiamento positivo e affrontare lo stress. Costruisce fiducia e resilienza nel team. Consapevolezza Sociale (Empatia) Comprendere le dinamiche emotive del gruppo, i bisogni e le preoccupazioni dei collaboratori. Essenziale per sintonizzarsi e supportare emotivamente gli altri. Gestione delle Relazioni Capacità di ispirare, motivare, influenzare positivamente e gestire i conflitti in modo costruttivo, trasformando le divergenze in opportunità di crescita. L’applicazione dell’IE nel leadership crea un clima aziendale positivo e proattivo, dove i collaboratori si sentono motivati, apprezzati e connessi all’organizzazione. Un leader che pratica l’ascolto attivo e l’empatia è capace di “far muovere” le persone, non per ordine, ma accendendo la loro passione e ispirandole a dare il meglio. La risonanza emotiva al vertice del potere: uno scenario ideale Immaginiamo che i leader politici e i capi di stato a livello globale possiedano un’Intelligenza Emotiva (IE) elevatissima, incarnando i quattro domini essenziali di Goleman e Boyatzis: autoconsapevolezza, autoregolazione, empatia e gestione delle relazioni. 1. La Scomparsa dell’ego e del senso di onnipotenza Se i leader fossero veramente autoconsapevoli, sarebbero in grado di: Riconoscere la vulnerabilità e i limiti: un leader emotivamente intelligente non si nasconderebbe dietro il senso di onnipotenza (spesso una difesa contro l’impotenza o l’insicurezza, come abbiamo visto). Accetterebbe la propria fallibilità e i limiti del proprio potere, riducendo l’impulso a cercare soluzioni assolute o a imporre la propria volontà con la forza. Gestire la paura e l’ansia collettiva: gran parte della politica aggressiva è guidata dalla paura (di perdere il controllo, di essere sottomessi). Un leader con alta IE sarebbe in grado di autoregolare la propria ansia e quella del suo popolo, disinnescando la retorica del “noi contro loro” e la necessità di proiettare la propria aggressività su un nemico esterno. 2. Le crisi globali e la priorità dell’empatia Il cambiamento più radicale avverrebbe nel modo di affrontare i conflitti internazionali, come la guerra in Ucraina, il dramma a Gaza, o i genocidi silenti. L’Empatia come strumento di negoziato: un leader empatico è in grado di praticare il perspective taking, mettendosi nei panni della controparte

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Oltre il Gesto: percorsi di trattamento per uomini autori di violenza di genere

Introduzione La violenza di genere rappresenta una delle piaghe sociali più complesse e persistenti. Per decenni, l’attenzione si è giustamente concentrata sulla protezione e il sostegno delle vittime, un lavoro fondamentale e insostituibile. Tuttavia, un’analisi più profonda del fenomeno ha evidenziato la necessità di agire anche sull’altra faccia della medaglia: gli uomini che agiscono la violenza. Non si tratta di giustificare il loro comportamento, ma di riconoscerlo come un problema che, se non affrontato, continuerà a perpetuarsi. In Italia e in altri Paesi, stanno emergendo e consolidandosi programmi e servizi dedicati a questi uomini, con l’obiettivo di renderli consapevoli delle proprie azioni, spezzare il ciclo della violenza e promuovere un cambiamento duraturo. Questo articolo si propone di esplorare questi percorsi di trattamento, analizzando le metodologie e i contesti in cui operano. Il primo fra tutti fu il DAIP che sta per Domestic Abuse Intervention Project o anche meglio conosciuto come Modello Duluth,  sviluppato negli anni ’80 a Duluth, Minnesota (USA), è uno dei primi e più influenti approcci per il trattamento degli uomini autori di violenza domestica. Si basa su una prospettiva teorica che considera la violenza di genere non come una patologia individuale, ma come un comportamento appreso e perpetuato da una struttura sociale e culturale patriarcale, che legittima il potere e il controllo dell’uomo sulla donna. È un modello che si è servito dell’approccio femminista, dei centri antiviolenza, del sistema penale e di tutti gli esperti del settore con un adeguata formazione professionale. Il modello è basato su un approccio femminista e propone un intervento psico-rieducativo, in cui gli esperti dell’ambito psico educativo cercano di promuovere nei partecipanti un processo di autocoscienza per cambiare le convinzioni dei maltrattanti riguardo al controllo e al potere che esercitano sulla partner. Nella fattispecie l’intervento proponeva degli strumenti di analisi e introspezione delle proprie emozioni e soprattutto basati sul proprio vissuto e sulla situazione attuale, ma anche sulle aspettative sociali legate allo stereotipo di genere che si è visto essere realmente schiacciante per l’individuo maschile e femminile. Il modello è noto per il suo “Power and Control Wheel” (Ruota del Potere e Controllo), che illustra le diverse tattiche che gli uomini usano per mantenere il dominio sulla partner, come l’isolamento, la minaccia, l’intimidazione e l’abuso economico ed emotivo. L’obiettivo principale dei programmi basati su questo modello è decostruire queste dinamiche. I punti di forza del presente modello sono essenzialmente due: il fatto che si coinvolgano le associazioni femministe; e l’intervento integrato di comunità. La peculiarità dell’intervento femminista è che mette in luce un aspetto fondamentale della violenza di genere che è quello della predominanza maschile su quella femminile. L’altro vantaggio riguarda appunto l’intervento coordinato di comunità, ovvero l’intervento sui maltrattamenti  che è parte di una risposta coordinata e comunitaria che ha l’obiettivo di far emergere il fenomeno della violenza nelle relazioni di coppia per far sì che non rimanga un fenomeno nascosto, ma soprattutto con l’obiettivo di una corresponsabilità sociale del fenomeno, che preveda la necessità di considerare tali violenze, dei reati che vadano riconosciuti come tali e sanzionati , ma soprattutto con la possibilità di un intervento psicoeducativo per fare in modo che acquisiscano un certo grado di consapevolezza sul loro comportamento e disimparino la violenza per abbracciare modalità di espressione di sé e comunicazione più assertive ed autoregolate. La possibilità di offrire un percorso rieducativo è una alternativa alla pena di detenzione, in quanto con l’obiettivo di riabilitare e di sospendere in via definitiva l’azione violenta si risparmia sulle casse dello stato, evitando così un sistema che non rieduca e che rimette in società soggetti potenzialmente pericolosi, che rientrano per via del tasso di recidiva nel circolo del sistema carcerario. L’obiettivo è quindi quello di collaborare con le istituzioni, affinché elargiscano fondi per lo sviluppo di maggiori progetti di questo tipo, che intervengano sia sugli uomini maltrattanti, ma che mantengano anche una costante comunicazione con le case di ascolto e rifugio delle vittime in modo da prevedere anche una gestione condivisa dei casi; non dimenticando che la vittima ha bisogno anche essa di un approccio integrato e soprattutto di un’accoglienza adeguata e di protezione attraverso la collaborazione di più professionisti che attuano una rete efficace e funzionale. Il modello Duluth è un modello che ha ampi spazzi anche per la pedagogia clinica, è un modello di integrazione che si sposa bene con l’obiettivo di attuare un lavoro sinergico tra i saperi e le competenze, per questo andrebbe ripristinato e ripetuto in larga scala Principi e metodologia I programmi basati sul Modello Duluth sono prevalentemente psico-educativi e si svolgono in gruppi di discussione. Non si focalizzano sull’indagare le cause psicologiche profonde della violenza (come traumi infantili o problemi di rabbia), ma mirano a far sì che l’uomo si assuma la piena responsabilità del proprio comportamento violento, riconoscendo che la violenza è una scelta e non una reazione. Il lavoro si concentra sulla sostituzione delle tattiche di potere e controllo con comportamenti sani e rispettosi. L’influenza del Modello Duluth è innegabile. Ha posto le basi per il lavoro con gli uomini maltrattanti a livello globale e ha reso evidente la necessità di un approccio che combini la responsabilizzazione degli autori con la massima priorità data alla sicurezza delle vittime. In Italia, molti dei centri per uomini autori di violenza (CUAV) si sono ispirati, almeno parzialmente, ai principi del Modello Duluth, pur adattandoli al contesto culturale e alle specificità del sistema di supporto e giudiziario italiano. L’Approccio al maltrattante: perché e come L’intervento sugli uomini maltrattanti si fonda su alcuni principi cardine: Responsabilizzazione: L’obiettivo primario non è “curare” una patologia, ma far sì che l’uomo si assuma la piena responsabilità del proprio agito violento, riconoscendo che la violenza è una scelta e non una reazione inevitabile. Sicurezza della Vittima: Qualsiasi percorso di trattamento deve avere come priorità assoluta la sicurezza delle donne e dei minori. Molti centri, infatti, collaborano strettamente con i centri antiviolenza, garantendo un approccio integrato. Cambiamento dei Modelli Culturali: Il lavoro non si limita al singolo individuo, ma mira

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🧠 Stress lavoro-correlato: riconoscerlo, comprenderlo, trasformarlo.

Come pedagogista clinica, mi trovo spesso ad ascoltare storie di professionisti che vivono il lavoro non più come fonte di realizzazione, ma come un peso che logora corpo e mente. Lo stress lavoro-correlato è una realtà diffusa, silenziosa, e troppo spesso sottovalutata. In questo articolo voglio accompagnarvi in un percorso di consapevolezza: per riconoscerlo, comprenderlo e trasformarlo. Cos’è lo stress lavoro-correlato? Lo stress lavoro-correlato (SLC) è definito dall’Accordo Quadro Europeo del 2004 come una condizione che può generare disturbi fisici, psicologici e sociali, quando le richieste lavorative superano le risorse personali percepite. In Italia, il D.Lgs. 81/2008 impone ai datori di lavoro di valutarne il rischio, riconoscendone l’impatto sulla salute dei lavoratori. L’INAIL ha elaborato una metodologia specifica per la valutazione del rischio SLC, aggiornata nel 2025 con strumenti adatti anche al lavoro da remoto e alla digitalizzazione. È un passo importante, ma non sufficiente: serve una cultura del benessere che vada oltre gli obblighi normativi. Eustress vs Distress: lo stress non è sempre nemico. Hans Selye, già nel 1936, distingueva tra eustress (positivo) e distress (negativo). Il primo ci stimola, ci motiva, ci fa crescere. Il secondo ci consuma, ci paralizza, ci fa ammalare. La chiave sta nella percezione: se ci sentiamo capaci di affrontare le sfide, lo stress può essere un alleato. Se ci sentiamo sopraffatti, diventa un nemico invisibile. Lo stress lavoro-correlato si manifesta in modi diversi: • Fisici: mal di testa, insonnia, tensione muscolare, disturbi gastrointestinali. • Emotivi: ansia, irritabilità, apatia, calo dell’autostima. • Comportamentali: isolamento, assenteismo, calo della produttività, uso eccessivo di sostanze. Questi segnali non vanno ignorati. Sono campanelli d’allarme che ci invitano a fermarci, ascoltarci e prenderci cura di noi. Le cause: quando il contesto diventa tossico. Le fonti di stress sono molteplici: carichi di lavoro eccessivi, ruoli ambigui, relazioni conflittuali, mancanza di riconoscimento, scarsa autonomia. Per comprendere meglio come questi fattori interagiscano, trovo utile il modello “Domanda–Controllo–Supporto” di Karasek e Theorell. 📊 Il modello Karasek-Theorell Secondo questo approccio, lo stress nasce dall’interazione tra tre dimensioni: • Domanda psicologica: il livello di pressione, carico e complessità del lavoro. • Controllo: la possibilità di decidere come svolgere il proprio lavoro e di usare le proprie competenze. • Supporto sociale: il sostegno emotivo e professionale da parte di colleghi e superiori. Combinando domanda e controllo, emergono quattro tipologie di lavoro: Tipo di lavoro Domanda Controllo Effetti principali Alto strain Alta Bassa Elevato stress, rischio burnout Basso strain Bassa Alta Benessere, autonomia Attivo Alta Alta Stimolante, crescita professionale Passivo Bassa Bassa Demotivazione, perdita di competenze Il lavoro “ad alto strain” è il più rischioso: richieste elevate e scarso controllo generano tensione cronica, con effetti negativi sulla salute mentale e fisica. Il supporto sociale può agire come fattore protettivo, riducendo l’impatto dello stress. Quali strategie di prevenzione e gestione si possono attuare? Come pedagogista clinica, propongo un approccio integrato: Mindfulness: la pratica della consapevolezza, secondo Kabat-Zinn, aiuta a ridurre lo stress e migliorare la resilienza. Supervisione pedagogica: spazi di ascolto e riflessione guidata per rielaborare vissuti emotivi e prevenire il burnout. Tecniche di rilassamento: respirazione consapevole, visualizzazioni, attività creative. Educazione alla consapevolezza: aiutare le persone a riconoscere i propri limiti, bisogni e risorse. Il pedagogista clinico non è solo un professionista del disagio, ma anche del potenziale. Interviene a livello individuale per promuovere autostima e strategie di coping, e a livello organizzativo per facilitare la comunicazione, la gestione dei conflitti e il benessere relazionale. Attraverso tecniche come reflecting, stimolazione comunicazionale e osservazione pedagogico-clinica, possiamo accompagnare le persone verso una maggiore consapevolezza e autonomia. Lo stress lavoro-correlato non è una debolezza, ma un segnale. Ascoltarlo è il primo passo per trasformarlo. Se questo articolo ti ha fatto riflettere, condividilo con chi potrebbe averne bisogno. E se vuoi approfondire, scrivimi: il dialogo è sempre il miglior antidoto al silenzio. Con cura, Giada – Pedagogista Clinica   Bibliografia: Stress lavoro-correlato. Traiettorie di rischio, resilienza e contesti– Elena Acquarini Valutazione e prevenzione dello stress lavoro-correlato – Riccardo Dominici Mindfulness al lavoro – Stephen McKenzie Healthy Work – Karasek & Theorell Lo stress degli insegnanti – R. Lodolo D’Oria The Stress of Life – Hans Selye      

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“Questa sono io, anche così”

“Questa sono io, anche così”   Per quasi due anni ho vissuto in un limbo. Visite, controlli, esami. Tutto tornava “nella norma”. Eppure, il mio corpo gridava. Ogni giorno era una lotta silenziosa contro un dolore che non trovava nome, contro sguardi che mi dicevano: “È tutto nella tua testa.” Mi sono sentita invisibile come se la mia sofferenza non fosse degna di attenzione, come se il mio corpo stesse tradendo me stessa e la medicina non volesse ascoltarlo. Poi, il 20 marzo 2023 una data che non dimenticherò mai, a seguito di una cistoidrodistensione con biopsie alla vescica, un esame invasivo, doloroso, ma finalmente risolutivo. Arriva la diagnosi: cistite interstiziale. Chi conosce questa malattia sa. Sa che non è solo una “cistite”. È una condizione cronica, ingravescente, che non offre guarigione, ma solo trattamenti per tenerla a bada. Una compagna di vita non invitata, che cambia il modo in cui ti muovi, mangi, dormi, vivi. Eppure, in quel momento, tra le lacrime e la paura, ho sentito anche un sollievo profondo: non ero pazza. Non era tutto nella mia testa. Il mio dolore aveva finalmente un nome. E con quel nome, potevo iniziare a combattere. A chi mi guarda da fuori, potrei sembrare “normale” ma dentro, ogni gesto è misurato, ogni respiro è sorvegliato. La cistite interstiziale non è solo dolore pelvico. È insonnia, è stanchezza cronica, è ipersensibilità. È convivere con comorbidità che arrivano come ospiti indesiderati: fibromialgia, colon irritabile, vulvodinia, sindrome della stanchezza cronica, depressione. Il corpo diventa un campo minato ogni giorno può scatenare una nuova battaglia e la mente, si riempie di lamenti, di pensieri che si accavallano, si aggrovigliano come fili elettrici scoperti, pensieri tetri, oscuri. Ti chiedi se sei ancora tu, se quella condizione potresti staccartela di dosso come un vestito troppo stretto. Ma non si può. La malattia ti pervade. Come la malinconia, come il cinismo. Anche quello rivolto contro te stessa, e poi c’è lo sguardo degli altri: chi si allontana, chi cambia, chi ti guarda con compassione come se fossi fragile, rotta; chi ti osserva con distacco come se fossi diventata un’altra, una versione sbiadita di te. Entrambe le reazioni fanno male. Perché ti ricordano che la malattia non ha solo preso il tuo corpo, ha alterato anche il modo in cui il mondo ti percepisce; e tu, in mezzo, cerchi di non perdere te stessa. A chi si è allontanato, a chi ha visto in me solo il dolore, a chi non ha saputo restare in quel dolore dico pazienza. Vi comprendo. Davvero. Non sarei rimasta neanche io al mio fianco, non in quei giorni in cui la malattia mi aveva trasformata in un’ombra di me stessa. Probabilmente, io al vostro fianco sì, ma capisco che non tutti sanno reggere il peso dell’invisibile, del dolore che non si può toccare, della fragilità che non si può risolvere. A chi invece è rimasto devo tutto. Tutto l’amore. Tutta la riconoscenza perché mi ha ritirata su dal baratro che avevo scavato dentro la mia stessa anima. Mi ha guardata non come una malata, ma come una persona intera, ferita, sì, ma ancora capace di bellezza. Mi ha fatto vedere che la vera me, quella che credevo perduta, poteva riemergere. Poteva risplendere. Anche se accompagnata da una compagna indesiderata, che non se ne andrà mai. È in quello sguardo che ho ritrovato il mio. In mezzo alla tempesta, quando il dolore sembrava inghiottire ogni cosa, lui è rimasto. La mia roccia silenziosa non ha mai battuto ciglio. Non ha mai chiesto di essere risparmiato. Ha scelto di accompagnarmi in questo viaggio complicato, ogni giorno, con una forza che non fa rumore, ma che si sente in ogni gesto, in ogni parola, in ogni sguardo. Mi ha spronata a realizzarmi, a non dimenticare chi sono, a non lasciare che la malattia fosse l’unica voce nella stanza. Mi ha ricordato che il desiderio è il motore, che finché desidero vivo. Finché lotto per ciò che amo, la mia vita è degna di essere vissuta e combattuta. Il desiderio di scrivere, di creare, di amare, di essere libera è ciò che mi ha tenuta accesa, quando tutto sembrava spento lui, con la sua presenza costante, ha alimentato quella fiamma. Con me. Per me. Insieme. Ricostruirsi non è come rimettere insieme i pezzi di un vaso rotto. Non si torna mai esattamente come prima. La malattia ha lasciato crepe, ma in quelle crepe ho iniziato a piantare semi. Ogni giorno è stato un atto di scelta, scegliere di alzarmi, di ascoltare il mio corpo senza giudicarlo, di accettare i limiti senza arrendermi. Ho imparato a vivere nel presente, a non rincorrere più il “quando starò meglio”, ma a cercare il meglio possibile oggi. Nel silenzio, nella lentezza, nella cura. La consapevolezza è diventata la mia bussola. Ho iniziato a chiedermi: Di cosa ho bisogno davvero? Chi voglio essere, anche con questa compagna indesiderata? Quali sogni posso ancora inseguire, magari in modo diverso… E ho capito che la mia identità non è definita dalla malattia, ma da come scelgo di viverla. Con dignità. Con forza. Con desiderio. Non sono guarita, ma sono rinata e questa nuova me, imperfetta, consapevole, luminosa a modo suo, merita di essere vissuta. A te che stai leggendo, forse con il cuore pesante, forse cercando risposte, conforto, o semplicemente comprensione; la malattia, qualunque essa sia, può farti sentire isolato, come se il mondo camminasse troppo veloce e tu fossi rimasto indietro. Come se il dolore fosse una lingua che solo tu parli e nessuno capisce. Ma io ti vedo. Ti sento. Ho vissuto giorni in cui non volevo più combattere, in cui il mio corpo sembrava un nemico, avvolte ancora lo è, e probabilmente lo sarà. Ma ho anche vissuto giorni in cui ho scelto di restare. Di ricostruirmi. Divertirmi, gioire, andare in vacanza con un bidet portatile e flaconi di medicinali, integratori e pomate intime, però si può fare, lo sto facendo, mentre scrivo sto proprio ripensando alle vacanze e ai

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“Quattro anni in apnea: come ho ritrovato me stessa lasciando un ambiente tossico”

Un invito all’autonomia, alla resilienza, al benessere “Dire basta non è debolezza. È il primo passo verso la libertà.”   💬 Introduzione per i lettori: Ho lavorato per quattro anni in un ambiente di lavoro tossico, tra critiche incessanti e una responsabile manipolatrice. È stato quando ho capito che il problema ero io, non per come lavoravo ma per chi ero, che ho scelto di dire basta. Qui racconto la mia storia e cosa ho imparato scegliendomi. Quando ho iniziato a lavorare lì, in un posto che sembrava potermi offrire quanto nessuno mi aveva mai potuto offrire prima, quattro anni fa, ero piena di entusiasmo. Avevo voglia di mettermi in gioco, imparare, crescere. Pensavo che bastasse impegnarsi, dare il massimo, essere corretta e disponibile per essere riconosciuta e rispettata. Mi sbagliavo. Il primo periodo è stato un mix di curiosità e piccoli segnali che ignoravo. Commenti pungenti, sguardi di giudizio, silenzi che dicevano più delle parole. Ma mi dicevo: “È normale, è solo l’inizio. Devo adattarmi.” Così ho stretto i denti e ho continuato. Sempre con il sorriso, anche quando dentro iniziavo a sentirmi sempre più vuota e sempre meno me. Ogni giorno mi alzavo con la speranza che qualcosa cambiasse. Che qualcuno notasse il mio impegno. Che l’ambiente diventasse più umano. Ma più passava il tempo, più mi rendevo conto che lì non contava quanto lavoravi e la qualità del tuo lavoro, piuttosto contava solo quanto riuscivi a nascondere le ferite, e a bluffare, cosa che non mi riesce molto bene. Col passare dei mesi, quel posto ha iniziato a mostrarsi per quello che era davvero: un ambiente dove la critica era la lingua madre, e il sospetto il sottofondo costante. Nessuno si fidava di nessuno. I colleghi si osservavano come avversari, pronti a cogliere il minimo errore per metterlo sotto la lente. Le pause pranzo erano piene di pettegolezzi mascherati da “preoccupazioni”, e i complimenti erano così rari da sembrare ironici. Io facevo di tutto. Mi caricavo di responsabilità, restavo oltre l’orario, cercavo di essere gentile anche quando ricevevo freddezza. Ma non bastava mai. C’era sempre qualcosa che non andava: troppo lenta, troppo disponibile, troppo emotiva. Ogni feedback sembrava una lama sottile, e ogni giorno mi sentivo più piccola. La cosa peggiore? Iniziavo a crederci. A pensare che forse ero io il problema. Che non ero abbastanza. Che dovevo cambiare, adattarmi, indurirmi. Ma più cercavo di “funzionare”, più mi perdevo. Tra tutte le dinamiche tossiche, la più subdola era il rapporto con la mia responsabile. Una donna che, a prima vista, sembrava aperta, disponibile, persino materna. Ti faceva credere che potevi parlare con lei di tutto: dei tuoi dubbi, delle difficoltà, delle tensioni con i colleghi. E io, ingenuamente, ci ho creduto. Le ho raccontato le mie insicurezze, il senso di fatica, la frustrazione di sentirmi invisibile nonostante l’impegno. Pensavo che finalmente qualcuno mi avrebbe ascoltata, compresa. Ma ogni volta che mi aprivo, lei prendeva le mie parole e le rigirava contro di me. Con abilità, faceva passare i miei disagi come debolezze, le mie osservazioni come lamentele, e il mio dolore come un problema da gestire… non da accogliere. Col tempo, ho capito che non cercava di aiutarmi. Alimentava quel clima, lo nutriva con ambiguità e manipolazione. E io, ogni volta che uscivo dal suo ufficio, mi sentivo peggio di prima. Non capita. Non voluta. Come se il problema fossi io. Il punto di rottura è arrivato in un giorno qualunque, ma dentro di me era tutto tranne che ordinario. Dopo l’ennesima conversazione in cui mi sono sentita svuotata, ho capito che non potevo più restare. Che continuare significava tradire me stessa. E che nessun lavoro vale la perdita della propria dignità. Così, ho detto basta. Il giorno in cui ho deciso di andarmene non è stato il più difficile. I più difficili erano già passati. Quelli in cui mi veniva detto, più o meno esplicitamente, che il problema ero io. Non per come lavoravo — su quello c’era poco da obiettare — ma per chi ero. Il mio carattere, la mia sensibilità, il mio modo di riflettere, di porre domande, di cercare senso… tutto questo veniva visto come una minaccia. Non portavo soluzioni, diceva lei. Portavo dubbi. E i dubbi, in quell’ambiente, erano scomodi. Non ero uno yesman. Non annuivo, non fingevo, non mi adattavo a logiche che mi facevano male. E questo bastava per essere etichettata come “difficile” e poi c’era sempre quell’aggettivo che risuonava costantemente: “troppo” troppo polemica, troppo testarda, troppo precisa, troppo negativa, ero sempre troppo. Lo scontro finale con lei non riguardava il mio lavoro. Riguardava me. Me come persona. In quel momento ho capito con una freddezza che ancora oggi mi brucia, che non c’era spazio per chi non si piegava. Che il mio modo di essere era un ostacolo. Che non andavo bene. E lì, qualcosa dentro di me si è spezzato. Ma non in modo distruttivo. Si è spezzata la catena. Quella che mi teneva legata a un luogo che non mi voleva davvero. E per la prima volta, ho scelto me. Ho detto basta. E non ho mai più voltato lo sguardo indietro. I primi giorni dopo aver lasciato quel posto sono stati strani. Un misto di vuoto e sollievo. Come quando esci da una stanza troppo rumorosa e ti ritrovi nel silenzio: all’inizio ti sembra innaturale, ma poi inizi a respirare davvero. Avevo paura. Paura di aver sbagliato, di non trovare altro, di non essere abbastanza. Ma sotto quella paura c’era qualcosa di nuovo: uno spazio. Uno spazio che non avevo mai avuto. Uno spazio per me. Ho iniziato a dormire meglio. A svegliarmi senza quel peso sul petto. A camminare senza sentirmi osservata. E piano piano, ho riscoperto chi ero. Non quella che doveva dimostrare sempre qualcosa. Non quella che si adattava per non disturbare. Ma quella che riflette, che sente, che si pone domande. E che ha il diritto di farlo. Non è stato un percorso lineare. Ci sono stati momenti di dubbio, di

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